16 novembre

Andrea Di Marco, Accrocchio

accrocchioNascere e vivere da artista in una città come Palermo è come incassare un talento ancora prima di muovere il pennello. È il talento della luce, del sole; una luce che oltre ad essere luminosa è anche naturaliter calda. Andrea Di Marco è un artista che a Palermo è nato (ed è anche morto, molto prematuramente, purtroppo) e che di talenti ne aveva di per sé, ma che ha avuto la capacità, o meglio la grazia, di far rendere anche quell’altro talento che il destino gli aveva assegnato di default.

 

Ad Andrea Di Marco il fratello ha dedicato un archivio, che promuove mostre intelligenti per far conoscere la figura di quello che è stato uno degli artisti certamente più interessanti della sua generazione. La mostra più recente è stata organizzata in una galleria milanese, la Galleria Giovanni Bonelli: in questo caso le opere di Di Marco sono state affiancate da fotografie di Luigi Ghirri, altro genio fragile che ci è stato strappato via troppo presto.

 

Ghirri oggi è considerato uno dei punti fermi della fotografia italiana e in realtà non ha avuto punti di contatto con Di Marco, che per altro era più giovane di lui. Ma si sa, le affinità implicite a volte sono più importanti e decisive di quelle esplicite.

 

Così gli accostamenti proposti dalla curatrice Angela Madesani funzionano bene non perché si scorgano somiglianze, ma perché fanno scattare analogie profonde, che riguardano ad esempio la comune disciplina nel costruire l’immagine; o meglio nel lasciare che l’immagine emerga quasi da sé sulla superficie della tela (o della carta fotografica, nel caso di Ghirri).

 

È come un affiorare per grazia, per cui le immagini appaiono sempre “giuste”, pur nella loro dichiarata parzialità: si tratta infatti sia per Di Marco che per Ghirri quasi sempre di tagli laterali, di visioni marginali, di scorci di nessun conto.

 

Ambedue prediligono porzioni di realtà scaricate di ogni retorica, che pochi degnano di sguardo o di interesse; sono visioni che si potrebbero definire, in un caso come nell’altro, “visioni obbedienti”.

 

Da parte sua poi Di Marco, dentro questo percorso di obbedienza al reale, assiste all’affiorare di un altro fattore imprevisto: la luminosità delle cose. La sua pittura non a caso è quasi sempre imperniata sull’uso del bianco.

 

C’è sempre del bianco nei suoi soggetti. Sono placche di “non colore”, placche di luce che liberano ogni volta delle “epifanie” del reale, come in questo quadro del 2011 non a caso intitolato Accrocchio.

 

La pittura per di Di Marco così diventa lo strumento, il luogo fisico dove dare visibilità a queste epifanie, che ancora si rinnovano non previste davanti ai nostri occhi. Stupendo e commuovendo.

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