Postille

9 novembre 2016

Usa: vince la plebe

Hanno perso. Nella lotta tra patrizi e plebei in cui è precipitato l’Impero ha vinto Donald Trump, il tribuno della plebe che ha sfidato la rappresentate del Potere costituito.

 

Hillary Clinton ha perso perché si era consegnata alla causa dei nuovi patrizi, in questa nuova guerra civile alla quale hanno partecipato anche le colonie imperiali, i cui governatori e araldi (leggi politici e giornalisti) erano tutti per lei e oggi schiumano rabbia.

 

Lei e i suoi hanno perso perché vittime dal loro stesso Potere. Perché esso vive e prospera nel virtuale.

 

Tale il potere della grande Finanza, che pure domina incontrastato, e della globalizzazione che ne è pendant attuale e attuativo. Un potere che produce narrazioni virtuali (vedi anche sondaggi farlocchi) che accecano.

 

Vivendo e dominando nel virtuale tale Potere è stato incapace di vedere il reale, ovvero le esigenze di quella massa di plebei – cittadini ai quali sono negati tutti i diritti riguardo la res publica -, i quali hanno votato in massa per il proprio tribuno.

 

Un tribuno che potrà non essere simpatico, ma che ha suscitato speranze: non solo tra i plebei americani, ma anche nel mondo.

In particolare perché più volte ha detto di voler trattare con Putin per contrastare il Terrore e per trovare una soluzione ai conflitti globali.

 

Un approccio auspicabile alle tragedie internazionali, opposto a quello della sua avversaria che invece prometteva fuoco e fiamme, letteralmente, contro colui che il Potere globale virtuale vede come nemico esistenziale.

 

Certo, una cosa è la campagna elettorale, altra è l’incombenza presidenziale. Ma la speranza resta.

 

Sul punto non si può essere irenici: incombe la possibilità di una nuova amministrazione Bush, che aveva vinto con un programma votato al conservatorismo compassionevole e fu poi sequestrata dai neocon nel colpo di Stato post 11 settembre.

 

Ma c’è anche un precedente di tutt’altro segno: quel Ronald Reagan andato alla Casa Bianca con la fama di duro, il quale ebbe invece con l’Unione sovietica un approccio virtuoso (peraltro, come il tycoon, veniva dal mondo dello spettacolo – il cinema -, cosa che non gli impedì di impersonare in maniera adeguata il ruolo presidenziale).

 

Due possibilità, insomma. Se però i simboli contano qualcosa, e qualcosa nel mondo del potere, dominato dalla superstizione esoterica, contano, val la pena soffermarsi sulla data di questa elezione a sorpresa: 9-11, opposta cioè all’11-9 di infausta memoria.

 

Certo, esistono altre incognite, come quella di un possibile assassinio del nuovo presidente, basti ricordare che per ben tre volte i suoi comizi sono stati interrotti per minacce alle sua persona (mentre l’avversaria ha goduto di grande serenità).

 

E val la pena ricordare anche l’atterraggio fuori pista dell’aereo usato per la sua propaganda, con a bordo il vice-presidente designato Mike Pence. Altro incidente di percorso e insieme infausto presagio («Giungo a questo momento con profonda umiltà, grato a Dio per la sua stupefacente grazia», ha detto Pence dopo la vittoria).

 

Ma le incognite riguardano il domani. Per oggi l’opzione apocalisse, incarnata da Hillary Clinton e dalla sua prospettive di una guerra globale con la Russia, è stata scongiurata (sul punto vedi nota precedente).

 

Le sono stati fatali quattro minuti. Questo il tempo occorrente per lanciare un attacco nucleare. Segreto militare da lei rivelato in maniera più che inquietante nel corso di uno dei tre dibattiti televisivi col suo avversario.

 

L’Impero globale viene designato a livello globale: evidentemente non tutto il potere di questo mondo condivideva tale funesta prospettiva.

 

E certo tale potere, preoccupato per tale opzione, ha vigilato affinché le elezioni americane non subissero influenze indebite, come invece è avvenuto nelle recenti presidenziali austriache viziate dal voto postale.

 

Quel vizio che aveva accompagnato la selezione democratica, quando il partito, in obbedienza ai dettami di Wall Street e dei neocon, ha fatto fuori Bernie Sanders. Un suicidio perfetto, quello dei democratici, ché Bernie avrebbe vinto a mani basse contro Trump.

 

Non sappiamo se fosse un’opzione migliore, di certo sarebbe stato più facile un compromesso con il potere che domina l’Impero, quel che Trump deve comunque perseguire.

 

Come d’altronde ha accennato anche nelle sue prime dichiarazioni post vittoria, quando ha detto di voler governare con il concorso di tutti (ma difficilmente della Clinton, ormai fuori dai giochi: dopo tanti tentativi andati a vuoto non è più papabile; resterà emerita).

 

È questa l’unica strada percorribile. Il mondo è lacerato. Serve una ricomposizione alta, che passa attraverso un compromesso più largo possibile. Da ricercare sia verso l’esterno (Russia e Cina in particolare) che all’interno del mondo occidentale, squassato da spinte centripete confliggenti.

 

Altrimenti la vittoria di oggi rischia di diventare la sconfitta di domani. Non solo di Trump, ma del mondo.