7 novembre

Usa: la sfida tra la sanguinaria e il clown

Domani le elezioni americane. Le più drammatiche e importanti del dopoguerra. Le più laceranti. Un teatro i cui attori principali appaiono delle maschere grottesche. La maschera della Sanguinaria, che rappresenta il Potere costituito nella sua forma più volgarmente autoritaria, contrapposta a quella del Clown, che ha fatto della volgarità un’arma di distruzione di massa.

 

Maschere che rispecchiano un popolo preda all’isteria collettiva. Se il popolo di Napoli si rivede un po’ nel malinconico e ribelle Pulcinella (la versione più affascinante della maschera), gli Stati Uniti si trovano a rispecchiarsi in queste maschere dell’assurdo.

 

Si susseguono i dati degli improbabili sondaggi, che non contano nulla allorquando sono utilizzati essi stessi come strumento di propaganda elettorale (questo il motivo degli improvvisi e inspiegabili distacchi della Clinton da un giorno all’altro).

 

Un voto che sarà anch’esso esposto ai fumi tossici. Non tanto per le improbabili intrusioni di hacker venuti dal freddo, paranoia che pure ha portato a mobilitare l’agenzia per la sicurezza nazionale (l’Homeland security) a difesa dei seggi.

 

Il pericolo è che il voto possa venire inquinato dall’interno. È accaduto nel duello democratico Clinton-Sanders. Può ripetersi. Anche perché sia l’apparato democratico che quello repubblicano sono uniti contro l’alfiere del populismo.

 

Il fatto che 21 milioni di persone abbiano già votato via posta aumenta le incognite. Né tranquillizza il precedente delle recenti presidenziali austriache, dove il candidato del campo “populista” è stato fermato proprio da errori sistematici nel voto postale, come riconosciuto dalla Corte suprema.

 

Se si considera che in genere a votare negli Stati Uniti vanno il 50-60% degli aventi diritto, si può notare come il voto postale abbia interessato oltre il 10% dei votanti. Particolare che rende tale votazione ancora più significativa.

 

Insomma, l’esito a favore della Clinton appare alquanto scontato, a meno di clamorose sorprese, che pure sono sempre possibili (vedi Brexit).

 

Resta il dato di questa lotta sanguinosa, nel senso letterale del termine, portato di una divisione che lacera nel profondo il tessuto sociale americano. Tanto che si parla di un clima da guerra civile.

 

No, non siamo a una nuova  guerra civile americana, ma nel mezzo di un conflitto di portata più ampia.

Il fatto è che l’Impero globale accumula al suo interno tensioni prima ignote.

 

L’Impero globale ha distrutto la categoria di “cittadini” e creato una plebe senza diritti se non quelli che può esercitare nel limitato ambito del privato, nel quale gli è pure concesso di tutto.

Da qui la rivendicazione di spazi di condivisione di quel Potere diventato poco a poco appannaggio di pochi invisibili.

 

Una protesta che è montata in Occidente e che oggi è arrivata nel cuore dell’Impero. Incarnata prima da Bernie Sanders, il cui silenzio nella fase finale della tenzone presidenziale appare più che eloquente, e oggi da quell’improbabile tribuno della plebe che risponde al nome di Donald Trump.

 

Domani su questo teatro calerà il sipario. Ma la guerra tra patrizi e plebei all’interno dell’Impero globale non sembra destinata a chiudersi così presto.

 

Anzi potrebbe addirittura aumentare d’intensità.  Un conflitto che si accompagnerà, presumibilmente, con nuove campagne militari. Volte a piegare, in maniera diretta o indiretta, le province riottose che hanno l’ardire di sfidare l’Impero. Anzitutto la Russia, che nutre anch’essa pretese d’Impero.

 

Prevedere il futuro è esercizio difficile. Ma immaginare che presto scorrerà sangue, tanto sangue, non sembra azzardato. Non servono aruspici, basta guardare i fremiti profondi che agitano questo povero mondo.

 

Ma questo è il domani, oggi gli occhi sono sul teatro dell’assurdo apparecchiato per queste presidenziali.

Domani si chiude il secondo atto (il primo si è chiuso con la ritirata forzosa di Sanders). Presto si saprà il nome del nuovo Imperatore, se la Sanguinaria o il Clown.

 

 

 

 

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