Riquadri

3 novembre 2016

L’iconostasi di San Salvatore (Campi)

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Quella che vedete è un’opera che non esiste più. È la parete affrescata che faceva da iconostasi nella chiesa di San Salvatore a Campi, una frazione di Norcia. La scossa di terremoto del 26 ottobre infatti ha ridotto in macerie quel gioiello strano e affascinante costruito in mezzo a una piana a 1000 metri di altezza.

 

Era infatti una chiesa “siamese”, nel senso che l’edificio più antico ad un certo punto non bastò più a contenere i fedeli e se ne costruì uno a fianco: tutt’e due però stavano sotto lo stesso tetto a capanna e avevano un’unica facciata, ovviamente con due portali e due bellissimi rosoni.

 

L’iconostasi era stata innalzata nella parte di sinistra della chiesa, per reggere un loggiato che permetteva ai fedeli di arrivare nei pressi di un crocifisso ritenuto miracoloso, attorno al quale era cresciuta una sincera e semplice devozione. Degli affreschi su questa parete sappiamo anche gli autori: venne dipinta infatti a partire dalla metà del XV secolo da Giovanni e Antonio Sparapane, cui poi si sono aggiunti Nicola da Siena e Domenico da Leonessa.

 

Non si tratta di grandi artisti; se si vanno a guardare i dettagli, le imperfezioni non si contano e si ha una sensazione di goffaggine. Ma se invece allontaniamo lo sguardo e prendiamo in un solo colpo d’occhio l’insieme, non si può non restare colpiti dalla dolcezza dei toni, da una gentilezza obbediente con cui vengono presentati i profeti e l’episodio della Pietà.

 

I pittori sembrano concentrarsi sui gesti delle mani – così difficili da dipingere – e sugli occhi, proprio perché le loro figure tessano un dialogo con chi avrebbe rivolto loro il proprio sguardo. È un dispositivo elementare quello che costruiscono; una rappresentazione per figure, in cui l’importante è ridurre le distanze; far sentire che quello che viene rappresentato è prossimo alla vita di ciascuno.

 

È arte popolare, senza dubbio. Arte senza pretese. Ma quel suo candore, quel suo volere e sapere parlare a tutti è un qualcosa che commuove. Qualcosa che in fondo si allinea alla povertà da cui tutto si era originato.

 

La parete dell’iconostasi, come si vede dalla foto, era stata protetta da una centinatura in legno. Non è bastata neanche quella a farla resistere alla grande frustata che la terra ha dato quella sera del 26 ottobre.

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