31 ottobre

Joselito, il martire ragazzino (2)

Pina Baglioni

José Luis Sánchez del Río

(per leggere la prima parte cliccare qui)

L’insistenza di Joselito per entrare nella fila dei cristeros alla fine viene accolta: nel 1927 José si arruola sotto gli ordini del generale Prudencio Mendoza, il cui gruppo confluisce in quello del  generale Rubén Guízar Morfín, di stanza a Cotija.

Il suo compito è quello di attendente alle truppe, ma diventa presto trombettista e portabandiera. Per proteggere la sua famiglia da ritorsioni, chiede di farsi chiamare José Luis.

Nella battaglia di Cotija, il 6 febbraio 1928, il cavallo del generale Guízar Morfín viene ferito a morte. José, che lo affianca, smonta dalla propria cavalcatura e gliela offre, dicendo: «La vostra vita è più utile della mia». Il generale tituba, ma alla fine accetta lo scambio.

Il ragazzo, quindi, spara per coprirgli le spalle, finché resta senza nemmeno un colpo in canna. Diventa quindi facile preda dell’esercito federale, che cattura lui e Lorenzo, un giovanissimo indio.

I due ragazzi vengono ammanettati e spintonati a forza d’insulti; José, intanto, prega per chiedere la forza necessaria di sopportare. Un primo indizio della sua perseveranza appare subito: richiesto di entrare nell’esercito rivale per avere salva la vita, ribatte: «Piuttosto morto! Sono suo nemico, mi fucili!».

Viene quindi tradotto nel carcere di Cotija. Nella prigione, buia e fetida, al ragazzo torna in mente sua madre e chiede carta e inchiostro per scriverle.

«Mia cara mamma», annota, «sono stato fatto prigioniero in combattimento oggi. Credo di stare per morire, ma non importa, mamma. Rassegnati alla volontà di Dio. Io muoio molto contento, perché muoio in prima linea, a fianco di Nostro Signore. Non affliggerti per la mia morte, questo mi dispiace: piuttosto, di’ agli altri miei fratelli che seguano l’esempio del più piccolo e tu fa’ la volontà di Dio. Abbi coraggio e mandami la tua benedizione insieme a quella di mio padre. Salutami tutti per l’ultima volta e tu ricevi per ultimo il cuore di tuo figlio che ti vuole tanto bene e che desiderava vederti prima di morire».

Il 7 febbraio 1928 i due prigionieri vengono condotti a Sahuayo, sotto la custodia del deputato federale Rafael Picazo Sánchez, padrino di José e amico della sua famiglia. Per cercare di salvarlo, gli offre due possibilità: o ricevere del denaro per fuggire all’estero, o entrare nel collegio militare, per proseguire la carriera delle armi.

Al suo rifiuto, il padrino pensa alla possibilità di chiedere un riscatto alla famiglia. Tuttavia, quando il padre del ragazzo si presenta con il denaro, si sente rispondere dal figlio di non dover sborsare nemmeno un centesimo: lui ha già offerto la sua vita a Dio.

Intanto, José è stato rinchiuso nella chiesa di San Giacomo apostolo, dove razzolano liberamente alcuni galli da combattimento, fatti arrivare apposta dal Canada, che lo tormentano, e viene ospitato il cavallo del deputato Picazo, neanche fosse in una stalla. Ma José riesce ad allentare le corde che lo tengono legato e torce il collo ad un paio di galli.

Tanto basta perché venga condannato ad assistere all’impiccagione del suo compagno di prigionia, che tuttavia non muore.

José viene quindi rinchiuso nel battistero, quello stesso dove, il 3 aprile 1913, aveva ricevuto il battesimo. Tramite una finestrella riesce a comunicare con l’esterno e trascorre il suo tempo pregando il rosario e cantando.

Riesce anche a ricevere le sue ultime comunioni: le ostie gli vengono consegnate nascoste nel cibo. Per questo, sarà soprannominato dai cristeros “Tarcisius”, il fanciullo cristiano martirizzato nel tentativo di proteggere l’eucarestia dalla profanazione.

Il martirio

È il 10 febbraio che gli viene comunicata la sentenza di morte. Scrive quindi la sua ultima lettera alla zia María, perché non se la sente di scrivere alla madre, ma ha comunque la forza di pensare che si sta avvicinando il momento che ha tanto atteso.

A notte inoltrata arrivano i soldati, i quali gli spellano le piante dei piedi con chiodi acuminati, poi lo spingono, scalzo, per le strade della città. Il ragazzo piange, il dolore ai piedi è tremendo, ma continua a pregare e a inneggiare a Cristo Re e alla Madonna di Guadalupe.

Giunto al cimitero, nel tentativo di piegare quella inspiegabile baldanza, gli viene indicata una fossa, la sua futura tomba. Per evitare di far sentire rumori di spari, tutto deve essere svolto nel segreto, il capo dei soldati ordina di pugnalarlo. Ma a ogni colpo Joselito grida «Viva Cristo Re!», il grido che accompagnava la rivoluzione dei cristeros (e che riprendeva una devozione cara a Pio XI, il quale aveva istituito tale solennità nel ’25).

Esasperato, il suo aguzzino gli chiede se ha un’ultima parola per suo padre. Ormai sul punto di morire, il ragazzo replica: «Che ci rivedremo in cielo! Viva Cristo Re! Viva Santa Maria di Guadalupe!». Per azzittirlo, gli sparano. Cade così nella sua fossa, e viene direttamente sepolto, senza bara né funerale.

I suoi resti mortali sono stati in seguito riesumati e posti nella cripta dei martiri, nel Tempio del Sacro Cuore, e dal 1996 sono venerati nella parrocchia di San Giacomo apostolo. Da sempre, nella mentalità dei fedeli, è stato considerato un martire, anche per la sua vita precedente l’ingresso nell’esercito cristero.

Il 20 novembre 2005, nel novantacinquesimo anniversario della rivoluzione messicana, José Sánchez del Río è stato beatificato a Guadalajara, insieme ad altri tredici martiri messicani. La sua fama di santità è perdurata e si è diffusa ben oltre il Messico.

La sua canonizzazione in Vaticano si è accompagnata ad altre quattro, vite altrettanto benedette dal Signore. Se abbiamo scelto di raccontare questa storia tra le altre non è tanto per ripercorrere la vicenda della lotta armata dei cristeros, che va inserita in un contesto ben preciso.

Ma perché ci ha incuriosito il fatto che papa Bergoglio, dipinto come pontefice progressista, abbia voluto indicare ai fedeli di oggi un modello di santità non certo nelle corde di tale corrente ecclesiale. Conferma che certe classificazioni semplicistiche non riescono a descrivere  la multiformità dei meccanismi della grazia di Dio.

E molto più perché la storia del piccolo Joselito rende mirabile testimonianza di un passo evangelico tanto bello quanto riposante: «Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto». Perché il poco, nelle mani di Dio, diviene molto.

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