30 settembre

Alla vigilia di una nuova crisi?

debenedetti«L’Occidente è a una svolta storica: è in gioco la sopravvivenza della democrazia, anche a causa della situazione economica e finanziaria. La globalizzazione […] ha creato una deflazione che ha ridotto i salari della media di tutti i lavoratori del mondo, e ha accresciuto le ingiustizie sociali sino a renderle insopportabili». Siamo dentro una «stagnazione scolare». Così Carlo De Benedetti in un’intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera del 28 settembre.

E di seguito: «Siamo alla vigilia di una nuova, grave crisi economica. Che aggraverà  il pericolo della fine delle democrazie così come le abbiamo conosciute […]. La democrazia nasce con il declino delle monarchie e della nobiltà e con l’ascesa della borghesia […]. Oggi proprio la progressiva distruzione della classe media mette a rischio la democrazia; senza che si sia risolto il problema della stagnazione. Peggiorato dalla folle scelta europea dell’austerity in un periodo di piena deflazione, il che equivale a curare un malato di polmonite mettendolo a dieta».

E accenna anche alla follia di contrastare la deflazione e la stagnazione «creando moneta». Così «hanno costruito una trappola. Hanno immesso sul mercato trilioni di dollari, una cifra inimmaginabile e incalcolabile. Non ci sono più titoli da comprare».

Nota a margine. L’allarme per una nuova crisi è più che fondato. Di certo negli ambiti finanziari internazionali, quelli che contano, si farà di tutto perché essa non si palesi prima delle elezioni presidenziali degli Stati Uniti d’America, perché scatenerebbe un malcontento popolare decisivo per la vittoria di Trump, e affosserebbe la loro candidata Hillary Clinton.

È vero, inoltre, che la scomparsa della classe media mette a rischio la democrazia. Si sta creando una nobiltà dal volto nuovo, internazionalizzata; una casta di intoccabili ai quali il sistema conferisce un potere immenso e al di fuori di ogni controllo.

Una casta che negli ultimi decenni ha lanciato un attacco ad alzo zero contro la politica, unico argine al suo potere, usando del potere culturale e mediatico, sempre più ancillare a tali ambiti, ed erodendone all’osso gli spazi di manovra. 

Si può osservare una strana eterogenesi dei fini: l’attacco alla politica è stato portato facendo leva sul populismo più volgare, in grado di solleticare le pulsioni delle masse e creare un malcontento cronico verso di essa (tanto che da decenni quanti si affacciano alla politica, per accreditarsi, devono porsi come anti-politica).

In questo modo si è alimentato a dismisura il disprezzo per la classe politica e gli stessi meccanismi democratici. E ridotto la prima a un mero teatro senza alcun potere decisionale, che premia i valvassini temporanei, scelti tra i peggiori perché ricattabili, i quali vengono precipitati nella pattumiera della storia quando non più funzionali allo spettacolo.

Proprio questo meccanismo perverso ha creato quei populismi che oggi si rivoltano contro i loro stessi creatori, dal momento che il malcontento cronico verso le élites politiche, a causa anche delle strette economiche, tende a prendere di mira anche coloro che muovono i fili del teatrino.

Tanto che oggi sono proprio gli apprendisti stregoni della grande finanza e della globalizzazione ad essere allarmati dai populismi, e a cercare affannosamente di ricreare un circo mediatico-politico in grado di difendere i loro interessi dall’avanzata dei populismi di ritorno.

Non basterà, alla lunga e lo sanno anche loro, dal momento che il perdurare della crisi economico-finanziaria non permette di allestire un teatrino credibile.

Da qui l’opzione B, ovvero creare un populismo artificioso da contrapporre a quello generato dal malcontento di massa. Accadde nei tempi bui della crisi post ’29, può accadere di nuovo, con modalità altre e diverse. Peraltro la Tecnica attuale consente operazioni più sofisticate di allora. E il Terrore e la destabilizzazione globale offre molte e diversificate opportunità in tal senso.

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