19 agosto

Il piccolo Omran e la guerra di Siria

ALEPO-NIÑO.jpeg2_

L’immagine del piccolo Omran commuove il mondo. Che si mobilita per imporre una tregua umanitaria ad Aleppo, la città martire del conflitto siriano. L’Onu ha deciso di sospendere gli aiuti diretti alla città a causa del perdurare degli scontri, e ha chiesto una cessazione delle ostilità di almeno 48 ore, alla quale la Russia si è detta favorevole.

In realtà la vicenda si colloca nell’ambito di un’operazione propagandistica ad opera dei cosiddetti ribelli, tesa a ostentare al mondo i crimini del governo di Damasco sul quale ricade la responsabilità del bombardamento nel quale è rimasto ferito il piccolo (ma i russi smentiscono in maniera recisa e dettagliata).

La strumentalizzazione della vicenda si evince anche dalla visione del video, davvero di ottima fattura (davvero bravi registi questi jihadisti, come si può notare anche guardando i video dell’Isis, con i quali evidentemente i jihadisti di Aleppo condividono la casa di produzione).

Nel video (cliccare qui) l’intervento degli elmetti bianchi, l’organizzazione umanitaria che opera nel conflitto siriano, a seguito di un bombardamento ad Aleppo Est, la zona della città sotto il controllo dei cosiddetti ribelli, da alcuni giorni stretta d’assedio dalle forze governative.

Il bambino viene estratto da un palazzo colpito da un ordigno e caricato in un’ambulanza, dove resta esposto, ad bestias, alle riprese del regista professionista e ad altri videoamatori locali, meno professionali.

Nessun medico accanto a lui, nonostante il sangue copioso, nessun adulto a confortarlo. Un’esposizione semplicemente feroce, utile alla causa.

Altre volte abbiamo accennato come l’emergenza umanitaria nella guerra siriana sia stata usata a scopi militari: ignorata quando a massacrare civili, tra cui donne e bambini, sono le forze dei cosiddetti ribelli, viene messa a tema quando questi sono in difficoltà.

Val la pena a questo proposito accennare che l’offensiva di Aleppo ha portato a liberare il quartiere dal quale al Nusra (la filiale di al Qaeda in Siria) per anni ha lanciato bombe sui civili residenti nella zona sotto il controllo governativo, come ha raccontato il dottor Nabil Antaki (vedi nota). Tant’è.

Come val la pena accennare al video del bambino ucciso e decapitato dai valorosi ribelli solo qualche giorno fa, che pure non ha conosciuto l’onore delle prime pagine né ha suscitato commenti di sdegno nelle cancellerie occidentali (chi vuol vederlo lo cerchi sul web, non mettiamo il link perché davvero troppo orribile).

Un cenno merita anche l’ambiguità degli elmetti bianchi, celebrati dai media internazionali per la loro opera, ripresi in questo video nelle loro funzioni umanitarie ma pizzicati altre volte mischiati ai miliziani di al Nusra, con le bandiere nere della feroce milizia in bella mostra e armati di tutto punto (sugli elmetti bianchi vedi articolo di Patrizio Ricci sul sito Vietatoparlare).

Ma al di là di tali accenni, pur dovuti, e della preoccupazione partecipe per la sorte del piccolo Omran, al quale si spera sia data la necessaria assistenza, resta che lo shock provocato da questa immagine è destinato a lasciare il segno nel conflitto.

Assad, ormai prossimo a vincere la battaglia di Aleppo, dovrà frenare la propria offensiva. Per i ribelli è un vantaggio notevole: già altre volte i loro sponsor internazionali hanno approfittato delle tregue umanitarie per rifornirli di armi e munizioni e per far affluire miliziani dalla porosa frontiera turca. Proprio ieri, approfittando dell’orrore suscitato dal video, ne hanno fatti arrivare altri mille.

Ciò consentirà all’opposizione di rafforzarsi in un questo momento critico. Non solo, le permetterà di guadagnare tempo, elemento essenziale in guerra, e molto più nel contesto siriano.

Il problema è che se Assad prende Aleppo, come ormai hanno capito un po’ tutti, ha di fatto vinto la guerra.

Si tratta allora di allungare il più possibile i tempi della resistenza, per non permettere che Aleppo cada fino alla proclamazione di Hillary Clinton alla presidenza americana.

Più volte, infatti, la candidata dei democratici ha espresso la volontà di usare il maglio contro Assad, anche a costo di entrare in urto con la Russia e di scatenare (questo il non detto per quanto ovvio) un conflitto globale con Mosca.

Insomma, per i jihadisti si tratta di resistere alcuni mesi per avere poi la possibilità di rovesciare le sorti del conflitto grazie al nuovo inquilino della Casa Bianca.

Il piccolo Omran non è il primo bambino colpito in questo conflitto, e purtroppo non sarà l’ultimo.

Ma la commozione mondiale per la sorte del piccolo, che giustamente ha toccato il cuore di tante persone di buona volontà, purtroppo non servirà affatto a fermare questa sporca guerra. Anzi, al contrario, servirà a prolungare la mattanza siriana, anche di bambini.

Basterebbe poco a far finire il conflitto, anzi pochissimo: se gli sponsor internazionali dei feroci miliziani attestati ad Aleppo (Stati Uniti e Arabia Saudita in primis) finissero di fornire armi ai loro assassini di fiducia e accettassero che il presidente siriano resti al suo posto, iniziando trattative serie con la controparte senza incagliarsi sulla pregiudiziale anti-Assad (inaccettabile per il governo di Damasco e per Mosca), tutto si risolverebbe in breve tempo.

Certo, ormai la propaganda ha messo su Assad il marchio d’infamia del despota, passati i tempi in cui veniva ricevuto con tutti gli onori dai leader d’Occidente. E però la storia delle democrazie occidentali è piena di alleanze e connivenze con tiranni sanguinari, da Pinochet ai Colonnelli greci, solo per stare al passato di un pragmatismo che ancora perdura (basti pensare ai crimini dei sauditi in Yemen).

Potrebbe quindi chiudere un occhio sulla sopravvivenza politica dell’odiato Assad pur di chiudere una volta per tutte questo conflitto.

Il punto è che Washington e i suoi alleati non vogliono cedere sul destino della Siria: il regime-change a Damasco è considerato imprescindibile per i progetti dei neoconservatori riguardo il nuovo assetto del Medio Oriente.

Questa, in fondo, per quanto banale, è la grande storia nella quale si colloca la piccola storia, questa sì niente affatto banale, del povero Omran. La cui tragedia viene usata a fini bellici dagli stessi ambiti che l’hanno causata.

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInPrint this page
per sostenere il piccolenote