3 agosto

Pino Sciola, La musica delle pietre

205347ba-ebeb-48f1-8521-644edd7619baTirar fuori musica dalle pietre. Pino Sciola, grande scultore sardo, morto pochi mesi fa, per tutta la vita ha umilmente inseguito un suono: quello custodito dai grandi massi di basalto o di calcare che contraddistinguono il paesaggio del suo paese, San Sperate, una trentina di chilometri a nord di Cagliari.

 

Sciola è uno di quegli artisti che, pur avendo conseguito riconoscimenti a livelli internazionali, è rimasto radicato nel luogo che lo ha visto nascere. Di San Sperate ha fatto un museo a cielo aperto, invitando artisti a realizzare murales dal sapore popolare, come quelli celebri di Orgosolo.

 

Ma soprattutto a San Sperate ha lasciato un qualcosa di unico: quello che è stato ribattezzato il giardino delle pietre che suonano. È qui, in uno spazio aperto e libero, che ha raccolto una serie di sue grandi opere e le ha lasciate a disposizione di tutti. La sua tecnica era sofisticata e originale.

 

Lavorava con costanza certosina questi massi, ricavando delle geometrie ordinate e insieme fantasiose, che conferivano alle pietre una dimensione di imprevedibile leggerezza. Ma quelle geometrie incavate nelle pietra avevano anche un’altra funzione: all’alzarsi di ogni folata di vento, l’aria passando nelle scanalature faceva e fa suonare le pietre.

 

Pietre di calcare lavorate a pettine vibrano come corde di una chitarra. Pietre quadrettate di basalto suonano appena vengono sfregate con altri pezzi di pietra.

 

Non è un caso che Renzo Piano abbia scelto una sua opera come installazione monumentale nella sua Città della Musica a Roma. E non è un caso che un percussionista jazz, Pierre Favre, abbia usato una sua pietra come strumento in una performance.

 

Quello che commuove di un autore come Sciola sono la semplicità e la leggerezza. Nel suo essere scultore non c’è nessuna prosopopea, poiché il suo lavoro si traduce in un’umile “liberazione” delle pietre, per estrarne una potenzialità intrinseca.

 

E l’accento del suo stile non è mai retorico. È un lasciar fare all’oggetto che ha tra le mani. Quanto alle geometrie bellissime che traccia su quei massi sembrano emergere più che da un disegno preordinato da un lasciarsi guidare la mano. Come se già sentisse il suono che ne sarebbe venuto…

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