Postille

1 agosto 2016

La crociata anti-russa di Hillary

Hillary Clinton accusa Vadimir Putin di voler condizionare la corsa alla Casa Bianca. Vuole Donald Trump presidente. Per questo hackers russi avrebbero rubato mail del partito democratico più che imbarazzanti per riversarle nel web.

 

Dichiarazioni non provate, che però rispondono a una strategia sofisticata, che si dispiega a più livelli.

 

Anzitutto serve a distogliere l’attenzione dal contenuto delle email e ribalta l’accusa: non è il partito democratico che ha manipolato le primarie a suo favore, ma è Putin che vuole manipolare le elezioni americane in favore di Trump.

 

E tenta di disinnescare un pericolo: eventuali rivelazioni successive dello stesso tenore verranno ricomprese in questa narrativa banalizzante, evitando così alla Clinton di dover rispondere a domande imbarazzanti.

 

L’accusa a Putin indica anche una prospettiva: la Clinton si smarca ancora una volta dall’ipotesi, immaginata da Barack Obama, di dare continuità al suo mandato, in una prospettiva di dialogo e compromesso, anche con la Russia (politica perseguita dall’attuale amministrazione tra mille contraddizioni e ambiguità).

 

A stare a tali dichiarazioni, un’eventuale amministrazione Clinton vedrà invece un confronto incandescente con Putin (alto il rischio che una guerra globale diventi inevitabile).

 

Allo stesso tempo, lo spostamento del dibattito su tale tema erode l’importanza di altre tematiche, quelle sociali, fin qui centrali nella campagna elettorale.

 

Tematiche sulle quali la Clinton, candidata dell’establishment, è risultata in affanno sia nel confronto interno con Sanders sia in quello con Trump.

 

La radicalizzazione dello scontro, inoltre, e lo spostamento del centro del dibattito su tali temi, mira a erodere ancora di più la visibilità del verde Jill Stein e dell’ultralibertario Gary Johnson.

 

Candidati senza alcuna speranza di vittoria, questi ultimi rappresentano un’alternativa anti-Trump, ma allo stesso tempo anti-establishment.

 

Esattamente l’elettorato al quale si era rivolto l’altro candidato democratico, Bernie Sanders, contestato dai suoi dopo aver appoggiato Hillary.

 

Sia Stein sia Johnson, infatti, rappresentano un pericolo per la Clinton: attirando i delusi di Sanders, potrebbero toglierle voti decisivi per la vittoria.

 

La crociata anti-Putin vuole anche attrarre voti repubblicani: non solo i neocon, i quali hanno da tempo nel mirino il presidente russo, ma anche tanto elettorato di destra vissuto nell’ossessione del pericolo rosso (o russo che dir si voglia).

 

Infine, oltre ad accusare Trump di “intelligenza con il nemico”, l’invettiva anti-russa mira a costringere sulla difensiva un candidato che ha fatto dell’offensiva, anche becera, il suo cavallo vincente.

 

E a minare nel profondo l’eventuale vittoria del suo avversario, come spiega Ian Bremmer in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera del 1 agosto: l’hackeraggio delle email da parte dei russi, oltre a costituire «una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti […] può mettere in discussione la legittimità delle elezioni».

 

Mai presidenziali Usa sono state così importanti per il destino del mondo. Ne vedremo delle belle. E purtroppo delle brutte.