1 agosto

Il Papa: «Siamo in guerra»

papa

«Questa è una guerra. Non abbiamo paura di dire questa verità: il mondo è in guerra». Così papa Francesco ai giornalisti che l’accompagnavano sul volo diretto a Cracovia, destinazione della sua visita pastorale.

Il tema delle domande era quello dell’assassinio di padre Jacques Hamel, ma il Papa ha allargato il discorso, accennando al vero punto della questione: l’assassinio di quel «sant’uomo», come lo ha definito, è parte di un quadro più grande.

Quadro composto dalla macelleria cui assistiamo da anni, nei quali il Terrore globale ha insanguinato i cinque Continenti (e spesso, come ha ricordato il Papa, ci tocca solo quando colpisce il nostro).

Siamo in guerra, appunto. E «non una guerra di religione», come ha specificato spazzando via la narrazione indotta dalla teoria, che poi è prassi, che vedrebbe il mondo sconvolto da uno scontro di civiltà tra islam e Occidente.

Non è così, ha detto alto e forte il Papa: «C’è guerra di interessi, c’è guerra per i soldi, c’è guerra per le risorse della natura, c’è guerra per il dominio dei popoli».

Questa guerra fatta «a pezzi» è una guerra mondiale, ha aggiunto Francesco, esattamente come la Prima e la Seconda. Solo che allora si faceva con altri «metodi» rispetto agli attuali. Una guerra che «non è tanto organica, forse, ma organizzata sì».

Parole chiarissime per chi vuole intendere. Sostanzialmente Francesco ha detto che le Agenzie del terrore non si muovono in maniera autonoma.

Esse sono in realtà terminali operativi di centri di potere, più o meno occulti, che attraverso la strategia stragista, dispiegata in maniera asimmetrica (non organica ma organizzata, appunto), cercano di conseguire propri obiettivi, globali e particolari.

Non una Spectre, ma una convergenza di interessi, di connivenze, collusioni, alte e infime, che attraversa trasversalmente, e a volte episodicamente, ambiti di potere finanziario, imprenditoriale e politico (in ordine di importanza).

Da qui la difficoltà di far fronte al Terrore e soprattutto ai suoi canali di finanziamento, linfa vitale del sistema.

Più chiaro di così si muore, tanto che il Papa ha anche specificato «non abbiamo paura di dirlo».

Si immaginava che una denuncia tanto forte e inattesa, «il re è nudo», trovasse risalto nei media, accendesse un dibattito, generasse analisi. Non è andata propriamente così.

Non si potevano liquidare le parole del Papa come quelle di un complottista qualsiasi, parola magica per screditare quanti pongono domande su ciò che accade e sulle narrazioni ufficiali.

Certo, il titolo di prima pagina era obbligato, anche se alcuni giornali lo hanno un po’ nascosto. E certo era obbligato anche il resoconto del suo discorso, peraltro confuso con l’attualità riguardante la visita in Polonia per la Giornata mondiale della gioventù. Null’altro sui media mainstream.

Come avesse parlato della dinamica di un impianto fotovoltaico. D’altronde «è il meccanismo, deve essere così», scriveva Aldo Moro nel suo memoriale.

Francesco ha parlato «papale, papale», secondo un antico detto afferente alla semplicità di un discorso e al suo modo diretto. Un discorso sofferto e certo indignato, troppo sangue sta scorrendo in questo povero mondo.

E che può aiutare a capire quanto sta avvenendo in questo periodo tormentato più di tante analisi sul confronto tra islam e Occidente o tra sunniti e sciiti.

E a comprendere come la risoluzione al Terrore internazionale non avverrà attraverso il contrasto militare, pur necessario, ma solo attraverso un accordo globale teso almeno a ridimensionare (eliminarle è forse impossibile) quelle forze destabilizzatrici che usano della follia terrorista per guadagnarsi nuovi spazi di manovra e di opportunità.

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