20 luglio

Putin, Erdogan e gli errori dell’Occidente

Intervistato da Federico Fubini sul Corriere della Sera del 20 luglio, il controverso finanziere George Soros ha affermato: «Una cosa è chiara ed è che Recep Erdogan […] cerca una sorta di riconciliazione con la Russia di Vladimir Putin. Probabilmente vuole diventare un fattore di equilibrio tra l’Europa e la Russia».

 

In effetti, proprio oggi giunge la conferma da parte del portavoce del Cremlino che i due si vedranno i primi di agosto.

Cambia il mondo, a quanto pare. La Turchia si sfila dall’alleanza con l’Occidente che ne ha caratterizzato la collocazione geopolitica nel dopoguerra.

 

Non è una perdita da poco: Ankara ha il più potente esercito della Nato dopo quello degli Stati Uniti e la sua collocazione in Medio oriente e a ridosso della Russia, oltre al controllo del Bosforo, ne fanno una pedina fondamentale del suo apparato militare.

 

Uno spostamento repentino causato dal fallito golpe. Un putsch invero maldestro e scoperto preventivamente dai servizi segreti turchi (e forse altri), che l’hanno assecondato per far venire allo scoperto i nemici e così fare quel repulisti interno che Erdogan sognava da tempo.

 

Una purga in piena regola, sia nei quadri dell’esercito che in ambito civile, che prevede l’allontanamento dalle loro funzioni di magistrati, funzionari statali e imam.

 

E che dovrebbe consegnare al Sultano un potere incontrastato, necessario a evitargli altre brutte sorprese da parte di ambiti avversi, ma anche per rilanciare quel sogno neo-ottomano sul quale ha puntato tutto e che, dopo una prima stagione di successi in Egitto, Tunisia e Siria, si è lentamente logorato.

 

Oggi, grazie al fallito putsch, quel sogno rivive. Ma per rilanciarlo gli è necessario chiudere i ponti con il passato, ovvero con quel kemalismo laico che in Occidente è sinonimo di democrazia e libertà (e quanti lutti ha prodotto…).

 

La nuova Turchia, immagina Erdogan, sarà islamica. E proprio questo islamismo alla turca, basato sul sultanato di Ankara (nuova Costantinopoli), nelle sue intenzioni, sarà argine al kemalismo di ritorno e motore ideologico del nuovo protagonismo neo-ottomano.

 

Un nuovo protagonismo che vede Erdogan muoversi con spregiudicatezza nello scenario internazionale, in particolare nei confronti di Mosca. Libero dai vincoli Nato, alla quale pure non sembra voglia rinunciare (tanti i vantaggi).

 

L’Occidente si straccia le vesti per le epurazioni, invero ingiustificabili, e denuncia i pericoli per la democrazia.

Non accadeva altrettanto quando Mosca mostrava foto e video che immortalavano i convogli di cisterne di petrolio dell’Isis diretti ad Ankara. Anzi i leaders occidentali sbuffavano contro Putin che infastidiva con quelle sciocchezze i loro piani su Siria e Iraq.

 

Non si tratta di elogiare Erdogan e le sue epurazioni, ma di evidenziare che si è avverata la massima: «Chi semina vento, raccoglie tempesta».

Oggi l’unico argine al nuovo Sultano, al solito, resta Putin: il presidente russo può offrire al suo vicino diversi vantaggi che l’inconcludente Occidente non può.

 

In cambio di moderazione: già fatto bersaglio di tanta propaganda occidentale che lo accusa di nefandezze più o meno immaginifiche, il presidente russo non può permettersi un’alleanza con un tiranno sanguinario.

 

Situazione davvero fluida e complessa. Ma piuttosto che stracciarsi le vesti per la mossa del cavallo di Erdogan, l’Occidente dovrebbe interrogarsi sul perché si è innescato tutto questo.

 

La Nato non poteva non vedere i caccia dei golpisti alzarsi in volo e colpire caserme e Parlamento; o l’esercito per strada che sparava sulla folla.

 

La sua intelligence non può non aver sentito il tintinnio di sciabole che riecheggiava all’interno di un esercito integrato in profondità nel suo apparato.

 

Tanti leader occidentali, tra cui diversi politici italiani, si sono affrettati a salutare i golpisti come salvatori della patria, alfieri di una ventata di libertà e democrazia. Nonostante tutte le opposizioni turche avessero condannato pubblicamente i militari.

 

E questo perché il rilancio verso Est di Erdogan sottende un segreto banale. In ambito neocon era stata vista con fastidio la riconciliazione tra il presidente turco e quello russo, che minava quel contrasto a tutto campo contro Putin tanto faticosamente costruito. Da qui il (più o meno tacito) assenso al golpe di tali influenti ambiti.

 

L’Occidente dovrebbe allora interrogarsi sui suoi errori. Se li riconoscerà e cercherà, in coordinato disposto con Putin, di ricostruire un rapporto che eviti derive pericolose al sultanato, potrà dare efficacia alle sue dichiarazioni tese a salvaguardare la democrazia turca.

 

Solo così si potrà evitare che le purghe di oggi, ancora incruente, possano trasformarsi nell’incubo di domani. Altrimenti si ergono solo altri muri. Inutili, perché alzati da leader che Erdogan reputa conniventi con quanti hanno tentato di pugnalarlo alle spalle.

 

Anche perché chi ha tacitamente sostenuto il golpe spera invece che il sangue inizi a scorrere copioso in Turchia. Costringendo Putin a prendere le distanze dal suo omologo turco o a sporcare per sempre la sua immagine internazionale.

 

Allo stesso tempo Erdogan, isolato e fatto segno di contestazioni durissime sul piano interno e internazionale, sarebbe facile bersaglio per un nuovo putsch (o altro).

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