Postille

6 luglio 2016

Hillary e il destino manifesto

Il destino manifesto che vede Hillary Clinton prossima inquilina della Casa Bianca da ieri è più reale. Si è chiuso infatti il mailgate, lo scandalo sul quale i suoi avversari si illudevano potessero infrangersi i suoi sogni presidenziali.

 

L’inchiesta dell’Fbi, che doveva Indagare sulle mail che essa aveva conservato su server privati anziché pubblici mentre rivestiva la carica di Segretario di Stato, e a questa relative, ha avuto l’esito in qualche modo scontato: il Federal bureau of investigation ha dichiarato che si è trattato di un comportamento negligente, ma allo stesso tempo non ritiene opportuna l’incriminazione della candidata.

 

Per Donald Trump, che sul punto ha battuto non poco, si sarebbe trattato di un’inchiesta politica, frutto di un «sistema corrotto». «Nessuno dovrebbe essere al di sopra della legge», è stato il commento meno clamoroso, ma nella sostanza più forte, di Paul Ryan, speaker della Camera per i repubblicani.

 

Reazioni critiche anticipate dai commenti più che ironici della parte politica avversa per un episodio accaduto alcuni giorni fa, quando il marito della candidata, ed ex presidente Bill Clinton, si era intrattenuto a parlare con l’attuale ministro della Giustizia. Anche in questo caso si era messo in dubbio che l’incontro fosse stato casuale, quanto piuttosto dettato dall’esigenza di prevenire eventuali minacce giudiziarie all’illustre coniuge.

 

Ma al di là delle speculazioni più o meno fondate sulla vicenda, resta che difficilmente l’inchiesta avrebbe potuto avere esito diverso. La Forza che sta sospingendo la campagna elettorale della Clinton era troppo grande per poter essere frenata da un incidente del genere.

 

Certo, da qui alla fine della campagna elettorale Trump potrà ugualmente utilizzare la vicenda, anche perché il verdetto di assoluzione non è scevro da rimproveri riguardo la negligenza usata dalla Clinton.

 

Come potrà utilizzare le troppe ambiguità che circondano l’assassinio del console americano di Bengasi, avvenuto sempre durante il mandato della Clinton al Dipartimento di Stato.

 

Ma si tratta di argomenti che restano confinati nell’ambito della polemica politica. Che, come tali, avranno un’incidenza alquanto relativa sulla campagna elettorale.

 

Anzi, e al di là delle polemiche future, quel che è accaduto ieri conferma la potenza di fuoco della candidata democratica, capace di passare indenne attraverso avversità di ogni tipo. Cosa apprezzata da certo elettorato più disincantato e soprattutto dalle élite che l’hanno scelta ab initio.

 

Anche per questo ieri è arrivato, dopo un lungo silenzio di non casuale esitazione, lo scontato endorsement ufficiale di Barack Obama, che rappresenta il vero e proprio inizio della campagna presidenziale di Hillary.

 

L’accordo con Sanders la copre a sinistra, quello con Obama gli consegna i favori della comunità di colore. Ha da tempo dalla sua la comunità ispanica, che peraltro Trump ha allontanato da sé con le sue sparate anti-immigrazione. Tutti elementi che sembrano indicare come ineluttabile quel destino manifesto di cui sopra.

 

Certo, i sondaggi non sono più così confortanti, dal momento che il margine di vantaggio sul suo avversario è un po’ più esiguo che all’inizio. Ma quelli più specifici, riguardanti gli Stati chiave che di fatto incoronano il vincitore della corsa, sono alquanto stabili nel consegnarle la palma della vittoria.

 

Non solo, l’esser riuscita a compattare sotto la sua guida il prudente Obama e il recalcitrante Sanders gli consente di offrire agli elettori Usa proposte politico-sociali più ampie e articolate rispetto a quelle del più isolato avversario.

 

Certo, anche quel che appare come un destino manifesto può non realizzarsi. Ma perché accada serve un imprevisto. Un rovescio clamoroso. Come un imprevisto può consegnargli anticipatamente la palma della vittoria, come accadde per la notizia dell’uccisione di Osama Bin Laden nella seconda elezione di Obama. Vedremo.