4 luglio

Si dimette anche Farage

farage«Il leader euroscettico britannico dell’Ukip, Nigel Farage, annuncia l’intenzione di dimettersi da leader del partito che ha fondato […] Ho deciso di mettermi da parte come leader dell’Ukip”. È quanto dichiara Farage aggiungendo che “la vittoria del Leave nel referendum significa che ho raggiunto la mia ambizione politica”.”Ho preso la mia decisione dopo il referendum”, dice Farage, citato dalla Bbc». Così sull’Ansa del 4 luglio.

Nota a margine. Così, dopo Boris Johnson, che ha dichiarato la sua indisponibilità a sostituire il dimissionario Cameron, anche l’altro protagonista della Brexit si fa da parte. Farage resterà nel partito da lui fondato, ma ne abbandona la leadership.

A quanto pare la vittoria del referendum ha portato sfortuna ai suoi sostenitori. La pressione, interna e internazionale, sui fautori del Leave è altissima, come altissima è la tensione. Anche la regina Elisabetta, che secondo indiscrezioni si era espressa in tal senso, subito dopo il voto ha confidato in un incontro pubblico: «Sono ancora viva».

Di certo la duplice abdicazione depotenzia la portata del voto e favorisce un riposizionamento della Gran Bretagna rispetto alla Ue.

Da vedere come: se cioè le élite che si sono attestate sul Remain useranno di tale opportunità per tentare di ribaltare l’esito del voto, anche se appare molto difficile (ma non impossibile, soprattutto se i tempi della fuoriuscita britannica dovessero allungarsi). Oppure se usare le teste di Farage e Johnson come offerta alla Ue per ammorbidire l’esito della Brexit in un negoziato successivo.

In ogni caso quel che sta accadendo in Gran Bretagna è indice di quanto sia complesso il rapporto tra le aspirazioni dei cittadini, che si sono espressi in una consultazione popolare, e le élite cosiddette “europeiste”, albioniche e continentali.

Altro segnale dell’equivoca complessità che si cela dietro l’espressione “cessione di sovranità” usata fin troppo spesso per indicare il rapporto tra i Paesi membri e l’Unione europea.

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