29 giugno

La strage Istanbul: punito il “tradimento” di Erdogan

Sono 41 i morti nell’attentato che ieri sera ha insanguinato l’aeroporto internazionale di Istanbul. Un colpo terribile per la Turchia e per il presidente Recep Tayyp Erdogan, che della sicurezza ha fatto bandiera. E per il mondo, sul quale torna a riecheggiare l’urlo ferino della Bestia, della quale i macellai dell’Isis sono terminali operativi.

 

Motivo della strage la politica di Erdogan. Anzi quel “tradimento” della politica intrapresa negli ultimi anni che, con tutte le ambiguità e le cautele del caso, il presidente turco sta consumando negli ultimi giorni.

 

Infatti dopo aver sostenuto per anni le varie formazioni jihadiste e terroriste, Isis compreso, facendo passare armi e miliziani dai confini turchi e acquistando da loro petrolio e altro per sostenerli finanziariamente, negli ultimi tempi Erdogan sembra aver avuto qualche ripensamento.

 

Scrive Antonio Ferrari sul Corriere sella Sera del 29 giugno: «Proprio nel momento più delicato, mentre la Turchia stava cercando di ridisegnare la propria strategia politica nella regione, abbandonando le pulsioni islamiste più estreme, arrivano i colpi più pericolosi dei terroristi più fanatici».

 

Secondo Ferrari, a ratificare il riposizionamento di Erdogan sullo scacchiere internazionale sarebbero le due svolte avvenute in questi giorni: la rappacificazione con Israele e quella con Putin (sul punto abbiamo scritto una nota alla quale rimandiamo).

 

Due passi, secondo Ferrari, ai quali il presidente turco sarebbe arrivato dopo la defenestrazione del premier Davutoglu, avvenuta nel maggio scorso, e grazie ai suggerimenti di «consiglieri più attrezzati e attenti».

 

Il tradimento di Erdogan è stato quindi punito: anche il luogo dell’attentato è simbolico in tal senso. La strage è avvenuta presso l’aeroporto Ataturk, padre della Turchia laica. Colpo ancor più duro perché mette in ginocchio il turismo proprio all’inizio della stagione estiva.

 

Condivisibile la lettura di Ferrari, con qualche distinguo. Di certo l’accordo con Mosca ha mandato su tutte le furie le Agenzie del terrore e i loro (in)sospettabili padrini. Putin è il loro nemico giurato da tempo, ma molto più da quando è intervenuto in Siria, mandando all’aria progetti a lungo accarezzati, in loco e in tutto il Medio oriente.

 

La punizione è giunta tempestiva: due giorni fa Putin rendeva nota una lettera di Erdogan a lui indirizzata nella quale il presidente turco ricuciva con Mosca, offrendo le sue scuse per l’abbattimento di un aereo russo da parte dell’aviazione turca (motivo della rottura dei rapporti diplomatici).

 

Se l’Isis ha potuto colpire così in fretta è grazie agli oscuri legami che avvincono da tempo diversi ambiti turchi e le agenzie del Terrore. Non solo la mafia, che dall’Isis acquistava petrolio e reperti archeologici per rivenderli al mondo, ma anche settori della sicurezza che da tempo hanno intessuto con tali agenzie legami indicibili.

 

Rapporti che in passato lo stesso Erdogan aveva tacitamente sostenuto, che ora gli si ritorcono contro come implacabile nemesi. E che permettono agli agenti del terrore presenti in Anatolia di godere di protezione e libertà di movimento. Come anche un facile accesso alla logistica e ai finanziamenti necessari per compiere un attentato.

 

Di diverso impatto sull’Isis, invece, la virata di Erdogan verso Israele. Di fatto tale rappacificazione era nell’aria da lungo tempo, né disturba eccessivamente tale agenzia che non vede in Tel Aviv il suo nemico primario. Una cortesia ricambiata tacitamente, e a volte non tacitamente, dai dirigenti israeliani.

 

E però il fatto che i due accordi siano avvenuti in contemporanea indica la loro convergenza e la prospettiva più ampia che sottendono. Una prospettiva di dialogo tra distanti che potrebbe portare a un attutimento dei multiformi conflitti mediorientali e, si spera, alla lunga, a una rappacificazione globale.

 

Così l’Isis, più che colpire il nuovo rapporto tra Ankara e Tel Aviv, ha inteso lanciare una bomba contro quella prospettiva globale, che porrebbe fine alla sua macelleria a ciclo continuo.

Resta da capire se Erdogan terrà la barra sulla rotta intrapresa negli ultimi giorni o sarà costretto a una retromarcia dall’offensiva del Terrore.

 

Il suo primo commento all’attentato è nel segno di una continuità con gli ultimi passi. «Tutti gli scenari terroristici criminali […] si avvereranno uno dopo l’altro se tutti i Paesi non si uniranno nella comune lotta contro le organizzazioni terroristiche», riporta l’agenzia di stampa Anadolu.

 

Più esplicito Ramazan Can, capo della delegazione turca all’Assemblea parlamentare della cooperazione economica del Mar Nero: «Senza la cooperazione tra tutti i Paesi del mondo, compresa la Russia, sconfiggere questo male è impossibile».

 

Problema non ultimo per la tenuta di tale linea è che l’Occidente è in rotta con Putin e non ha alcuna intenzione di coordinare con Mosca i propri sforzi di contrasto al Terrore. Problema non da poco per la Turchia, membro della Nato. E per il mondo.

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