27 giugno

De Chirico, Il ritorno del figliol prodigo

Il-figliol-prodigo-Giorgio-De-Chirico-Prodigal-son-1922Tra i titoli dei temi di maturità di quest’anno è comparso anche un quadro: è Il ritorno del figliol prodigo di Giorgio De Chirico. Un quadro dipinto nel 1922 e conservato al Museo del Novecento di Milano.

 

È un’opera tipica del grande artista, ambientata nello scenario di una delle sue piazze metafisiche, con un paesaggio e un cielo molto italiani sullo sfondo. Un contesto miniaturistico rispetto al giganteggiare delle due figure al centro della tela.

 

Il padre è visto di spalle mentre il figlio è immaginato come uno dei suoi tipici manichini: creature a metà strada tra geometria e fantascienza. Quasi dei robot riemersi dall’antichità. Ma quello che colpisce in questo quadro è un accento imprevisto che fa breccia nella pittura inattuale e molto mentale di De Chirico. È un duplice gesto: quello del padre e del figlio che si mettono reciprocamente la mano sulla spalla.

 

Nulla di nuovo rispetto all’iconografia tradizionale di questo episodio. Tuttavia nel quadro di De Chirico il gesto si carica di qualcosa di inatteso. Infatti i due sembrano quasi tenersi ancora a distanza, si fronteggiano, tengono anche la testa abbassata, come per una comprensibile resistenza ad affrontare lo sguardo l’uno dell’altro. Del resto il chiedere perdono e il concederlo non è un’azione automatica.

 

Non è esperienza che non comporti anche fatica, tentennamenti, esitazioni, ritrosie. De Chirico in questo quadro si attiene con grande senso della realtà alla verosimile dinamica di quel fatto (e stupisce che proprio lui dia prova di un tale senso della realtà, quando ci ha abituati ad una pittura come calcolatissimo esercizio intellettuale… ma ai grandi è dato di cambiare logiche).

 

Non fu dunque un buttarsi uno nelle braccia dell’altro. Fu un silenzioso e timido approccio, vinto da quel gesto reciproco e “guidato” della mano sulla spalla dell’altro. Un gesto semplice, che De Chirico rende in modo denso di commozione. In particolare la mano del padre, che sembra quasi pesare sulla spalla del figlio, vale più di un abbraccio.

 

In quel gesto il desiderio di tirare a sé il figlio, la felicità perché quel desiderio si sta attuando, convivono con la fatica, con il dolore accumulato. Forse è per questo che De Chirico dipinge il padre dandogli una sagoma umana, ferma, molto corporea e insieme pura in quel suo biancore. Una sagoma in tutto e per tutto paterna.

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