Notes

14 giugno 2016

Un Notes sul Mein Kampf

Ha creato dibattito e scandalo la pubblicazione del Mein Kampf ad opera del Giornale. Un’operazione culturale, ha motivato il suo direttore, che, d’altra parte, ha ricordato come il libro di Hitler sia scaricabile via internet. E ha spiegato l’inusitata iniziativa come un modo per far conoscere il Male, quello nazista nello specifico, cosa che eviterebbe il ripetersi dello stesso.

 

Motivazioni che, pur accolte da alcuni opinionisti, ci sembrano un po’ labili: come se, mutatis mutandis, per sconfiggere l’Isis dovessimo conoscere i testi di al Baghadi o del fondamentalismo islamico di rito wahabita.

 

Non solo: il fatto che il testo sia accessibile a tutti per propria libera iniziativa è tutt’altro dal diffonderlo come un gadget editoriale: il Mein Kampf non è un Cacao Meravigliao qualsiasi (la parodistica pubblicità di “Indietro tutta”).

 

Non sono mancate ovviamente le reazioni indignate di ambito ebraico, com’era ovvio e più che legittimo fosse. Come anche di tanti storici e uomini di cultura (a parte le più interessate, quanto scontate, critiche di ambito politico).

 

La Repubblica del 12 giugno, che ha riportato le obiezioni di alcuni storici, ha però voluto anche ricordare come «una piccola casa editrice di sinistra», la Kaos, avesse già pubblicato il testo, senza che ciò suscitasse «reazioni ostili», come ricorda l’illustre storico del nazismo Giorgio Galli che ne curò l’edizione.

 

Ma al di là del dibattito, anche noi di Piccolenote siamo rimasti molto più che contrariati dall’improvvida iniziativa. In particolare perché il nostro sito, pur nella sua totale autonomia, ha un legame con il Giornale in questione, anche se con il Giornale.it e non con il cartaceo, veicolo dell’iniziativa editoriale.

 

Anche a noi, nonostante le motivazioni, è sembrata un’operazione di marketing più che discutibile, alla quale forse è giovata anche la reazione successiva, probabilmente messa in conto da chi ha avuto l’idea (a meno di immaginare un’ingenuità imbarazzante dei promotori).

 

Più volte, leggendo il Giornale, vi abbiamo rinvenuto contenuti non condivisibili, ma ciò appartiene al mondo del giornalismo, che nel pluralismo ha una sua ricchezza specifica. E però il tema in questione ci ha posto domande. E non poche.

 

Nello specifico, però, va ricordato come proprio il Giornale abbia denunciato in maniera più che inequivocabile il pericolo neonazista in Ucraina, minaccia molto più grave e attuale del libro dell’imbianchino austriaco.

 

E l’abbia fatto in maniera molto più netta ed esplicita di altri intellettuali e giornali importanti, forse preoccupati di offuscare in tal mondo la narrazione ufficiale che vede in Putin l’aggressore di un’Ucraina libera e democratica (sic).

 

E ancora il Giornale ha tenuto sulla Siria una linea più che condivisibile, discostandosi dalla narrazione ufficiale, quanto deformante, che vede dipanarsi una guerra civile tra un governo dispotico e dei ribelli ispirati a idee di libertà. Narrazione per nulla cambiata dopo l’epifania, non più obliterabile, dell’orrore terrorista, in Siria come altrove.

 

Una tragedia che non è solo un conflitto armato per interessi specifici, che pure ci sono, ma che ha nella perversione esoterica un fattore non secondario di alimento. Una perversione esoterica che è altra da quella dell’ideologia nazista, ovvio, ma che ha con questa più punti di contatto di quanto si immagini (non per nulla, il primo articolo sulla Siria di Piccolenote, scritto quando la caduta di Damasco sembrava imminente, è stato titolato: “Se Damasco diventa Stalingrado“).

 

A convincerci a perseverare in questa collaborazione, però, non sono solo certe tematiche condivisibili (quelle enunciate come alcune altre), ma anche il fatto che il Giornale dà visibilità ai nostri contenuti che, come ben sanno i nostri lettori, sono di segno totalmente altro, né potrebbe essere, da quelli del nefasto gadget in oggetto.

 

Chiediamo perdono ai nostri lettori per queste righe, motivate da ragioni intrinseche più che da ragioni informative, ma ci sembravano più che doverose.