8 giugno

Usa: Sanders vs Clinton, come Davide e Golia

Hillary Clinton fa un altro passo verso il destino manifesto che la vede prossimo presidente americano. Ormai ha i delegati necessari alla nomination. Una mission compiuta anche grazie all’appoggio quasi unanime del suo partito, che dal principio l’ha preferita al suo sfidante Bernie Sanders.

 

Un destino manifesto si era palesato già all’inizio delle primarie democratiche. Nello Iowa, il primo Stato in cui si è votato, lo strano sistema elettorale basato sui caucus aveva visto sei casi di parità e sei delegati assegnati dalla sorte (lancio della monetina). E per sei volte aveva vinto lei, la predestinata.

 

Ma Sanders, nonostante sia ormai sconfitto dalla cabala matematica, non si ritira. La sua, ha affermato più volte, non è solo una competizione contro la Clinton e l’establishment che la sostiene. Piuttosto è una battaglia per la democrazia, che continuerà fino alla convention democratica e oltre.

 

La Clinton ha diverse debolezze che ne stanno fiaccando l’immagine: dall’elettorato è percepita come figura di potere, cinica e bara. Né lo scandalo del mailgate, ancora aperto, l’aiuta.

La campagna di Sanders, che attira consensi inusitati, la fiacca ancora di più. Tanto che sembra averne paura.

 

Così ha tentato in tutti i modi di richiamarlo all’unità del partito, ad offrire accordi, sempre rifiutati. Non solo, ha provato anche a farlo desistere dalla corsa, chiedendo ai suoi compagni di partito di far pressioni in tal senso. Cosa alla quale si è dovuto prestare anche Barack Obama. Inutilmente.

 

E ieri, prima ancora che fossero resi noti i dati della California, lo Stato più importante in cui si è votato nell’ultimo supermartedì di queste primarie, ha dichiarato pubblicamente la sua vittoria, avendo ricevuto i dati vincenti di due Stati invero poco rilevanti  per la corsa: Puerto Rico e Isole Vergini. Come se temesse l’esito della California, che poi invece è stato a lei favorevole.

 

Già, la Clinton teme il suo rivale ebreo. Forse memore che nella storia ebraica il piccolo Davide ha sconfitto Golia. Anche il gigante filisteo era un predestinato, epperò è caduto per un lancio di fionda.

E il fatto che il suo avversario la combatta con la fionda, ovvero senza poter contare su potenti apparati ma solo su quell’eloquio ragionevole che riempie piazze entusiaste, la spaventa ancora di più.

 

Una vincitrice anomala, quindi, la Clinton, nonostante i proclami (più ostentati che reali) riguardo la storicità della sua investitura: prima donna ad arrivare alla nomination.

 

Non è ancora una vittoria dimezzata, certo, dal momento che ha ancora la Forza per rifiutare ogni compromesso reale e diventare la signora della politica americana per i prossimi anni.

 

Ma restano tante le incognite ancora in campo: dal fenomeno Sanders alla sorpresa Trump, che si è rivelato tutt’altro che lo sprovveduto gaffeur delle previsioni.

 

Per non parlare dell’intenzione di Obama di voler rimanere a Washington anche dopo la fine del mandato. Come non si fidasse della Clinton, della quale è noto che non condivide la vis bellica alimentata dalle sue frequentazioni neocon.

 

E volesse vegliare sui patti che ha stabilito con lei al momento della sua candidatura alla presidenza: il suo appoggio in cambio della continuità in politica estera, con particolare riguardo all’accordo sul nucleare iraniano.

 

Tante, troppe incognite. Che  fanno di questa investitura ufficiale solo l’ennesima tappa di una partita ancora tutta da giocare.

 

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