22 giugno

Migranti: tra integrazione e meticciato

Prendiamo spunto dall’ultima udienza del Papa, che ha voluto parlare affiancato da un gruppo di rifugiati, per riprendere il tema dei migranti.

Il flusso epocale di migranti che si riversa in Europa provoca scosse telluriche e accese controversie. Tante e troppe da analizzare in questa sede.

 

Tra queste, forse quella meno esplorata perché apparentemente secondaria (ma non lo è affatto), vede opposte la ragioni dell’integrazione a quelle del meticciato.

 

Alfiere del meticciato fu Toni Negri, che nel suo libro (scritto insieme a Michael Hardt, e pubblicato negli Stati Uniti dalla Harvard University Press, nel 2000), “Impero: il nuovo ordine della globalizzazione”, dedica al tema un capitolo non trascurabile.

 

In estrema sintesi, la tesi di Negri è che il flusso migratorio prodotto dalla globalizzazione in realtà crea un meccanismo virtuoso, di senso contrario alla globalizzazione stessa e di contrasto alla spinta totalizzante dell’Impero. Il meticciato di popoli, culture, religioni come luogo di ripartenza contro le strette totalizzanti dell’Impero.

 

Una tesi d’avanguardia quella del maître à penser di Potere operaio e di Autonomia operaia, che già agli inizi del 2000, prima ancora che la guerra al terrorismo portasse il fenomeno al parossismo, aveva capito che i flussi migratori non appartenevano al contingente, ma al futuro.

 

D’altronde Negri conosceva bene le dinamiche dell’Impero, dal momento che ne è stato uno dei maggiori artefici. L’eversione degli anni ’70 fu modello e prodromo dell’eversione globale attuale, che dell’Impero costituisce l’altra faccia della medaglia: la sua carica conflittuale permanente e destabilizzante è l’antagonista necessario allo sviluppo dell’Impero stesso. L’antitesi hegeliana indispensabile alla sintesi superiore.

 

Non per nulla nel dicembre del 2001 il Time inserì Negri tra «le sette personalità che stanno sviluppando idee innovative in diversi campi della vita moderna».

 

Al di là degli aspetti biografici dell’autore, appare interessante la teoria. A Negri non interessa, almeno nell’analisi, l’accoglienza o meno dei nomadi della globalizzazione, né la loro più o meno possibile integrazione con i popoli ospitanti. Egli va oltre, immaginando una nuova categoria sociale e antropologica, quella del meticciato appunto.

 

Qualcosa di totalmente altro dall’integrazione: la fusione delle diversità in vista della liberazione dei singoli e dei popoli.

L’integrazione tra diversi, nell’accezione classica, rispetta diversità e distinzioni, pur attraverso i necessari compromessi che impediscano conflittualità (mediazioni che peraltro appartengono alla convivenza, anche quella non forzata, ad esempio quella familiare). E anzi vede nell’incontro tra (distinte) alterità una ricchezza per quanti ne partecipano.

 

Non a caso la civiltà occidentale ha tra i suoi fondamenti il dialogo socratico come metodo di conoscenza e sviluppo. E il dialogo si ha appunto tra diversi. Diversità che è anche alla base delle religioni storiche occidentali, cristiana ed ebraica, dal momento che Dio è totalmente altro dalle possibilità cognitive dell’uomo (rivelazione).

 

Invece il meticciato vede nell’alterità qualcosa da superare per una sintesi superiore, presentata come ricchezza. Una sintesi hegeliana, appunto.

Non stupisce che Negri sia hegeliano: il ’68 è la vittoria di Hegel su Marx, com’è evidente nel mondo occidentale attuale.

 

Ma al di là dell’aspetto filosofico della questione, quel che invece va sottolineato è che il meticciato non appare affatto una forma di contrasto alla globalizzazione, come reputa l’autore. Ne costituisce anzi l’inveramento più totalizzante.

 

L’integrazione diventa infatti solo un momento transitorio quanto necessario per la fusione superiore delle diversità, un passaggio necessario per la realizzazione di un nuovo ordine (mondiale) razionale e atemporale; sintesi ultima che decreta la fine del tempo e della storia (che è poi, secondo Negri, una caratteristica precipua dell’Impero globale).

 

Così l’accoglienza dei migranti, che al di là delle accese controversie sarà a tema per i prossimi anni, vedrà anche il conflitto tra queste due posizioni.

La vittoria del meticciato sull’integrazione farebbe dell’Europa un luogo nel quale, all’esito di un processo alchemico, i cristiani sarebbero oggetto di una spinta volta a produrre, dai diversi, un nuovo popolo dai tratti sempre più indistinti sia in termini antropologici che religiosi.

 

Un processo che snaturerebbe sia l’islam (religione cui appartiene la maggior parte dei migranti), che lo stesso cristianesimo, o almeno il residuo gregge attuale. E perciò imparagonabilmente più rischioso per la cristianità del “pericolo islam” paventato da tanti, non solo in ambito cristiano.

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