4 giugno

I fondamentalisti dell’euro e i “populismi”

«L’euro è stato senza alcun dubbio uno sviluppo cattivo per l’Europa». Così Joseph Stiglitz in un’intervista alla Stampa del 4 giugno. Per l’economista americano occorre chiedersi i motivi per cui l’economia europea «dopo la crisi del 2008» è andata male. «La differenza chiave rispetto al passato?»: l’euro appunto.

 

Per Stiglitz, infatti, la moneta europea «ha impedito gli aggiustamenti necessari. Tutti gli economisti lo avevano detto, avvertendo che se ci fossero state crisi serie» l’euro avrebbe «ostacolato gli adeguamenti indispensabili per reagire. Adesso ne vediamo le prove».

 

Non solo l’euro, anche la scelta dell’austerità è stata sbagliata «perché in una situazione di crisi come quella vissuta dall’Europa sarebbe servito l’esatto opposto. Bisognava stimolare l’economia, invece di soffocarla. Poi, una volta avviata la ripresa, saremmo potuti tornare a concentrarci sulla responsabilità fiscale». Da qui l’ipotesi di una riforma della sistema monetario europeo, tema del suo prossimo libro.

 

Nota a margine. È sconcertante notare come l’Europa resti sorda ai richiami di tanti economisti e soprattutto alla realtà, che conferma con feroce evidenza tali analisi. I fondamentalisti dell’euro non riescono a uscire dai loro schemi autoreferenziali, che intrappolano milioni di cittadini in un meccanismo di depauperazione progressiva.

 

Il problema insito in questa controversia è che il fondamentalismo dell’euro, come altri fondamentalismi che stanno affaticando il mondo, non ammette alcuna interlocuzione: ai suoi adepti e ai suoi sudditi chiede solo adesione acritica e sottomissione. Ed è alieno alla via del riformismo, percepito come un cedimento ai suoi dogmi fondanti.

 

Così, oltre a generare paura (dell’impoverimento e del venir meno delle risorse necessarie alla sopravvivenza), genera anche conflittualità. D’altronde la paura e la conflittualità sono tratti tipici dei fondamentalismi.

 

Ma se è vero che il sistema si percepisce come immutabile, avendo dato prova di capacità rigenerative notevoli (dopo le crisi), è anche vero che la sua rigidità è il suo punto debole: una variabile imprevista e incontrollabile può dargli scacco. Da qui la sua reattività a quelle che percepisce come pericolose varianti, in genere classificate da politici e media di sistema come appartenenti al variegato ambito dei “populismi”. Classificazione politico-sociale molto di moda.

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