Postille

30 maggio 2016

La Siria e l’opzione apocalisse

Settimana buia per la Siria, dove si è assistito a un’escalation di colpi ai pur controversi negoziati di pace di Ginevra, che appaiono sempre più un simulacro privo di significati reali.

 

Sette giorni fa una serie di attentati senza precedenti colpivano le città di Jableh e Tartus uccidendo 150 persone (più delle vittime di Parigi, ma poca eco in Occidente…); il 27 maggio la Ue rinnovava le sanzioni contro il governo di Damasco; ieri Mohammed Alloush, leader di Jaish al-Islam e capo negoziatore a Ginevra per conto dei cosiddetti ribelli moderati (che poi tanto moderati non sono), ha annunciato il suo ritiro dalle trattative.

 

Tre colpi in successione, apparentemente slegati tra loro, ma che da prospettive diverse rilanciano l’opzione apocalisse per la Siria. Un’opzione che vede la caduta dell’attuale governo; la fine dell’integrità nazionale; la sua regressione culturale, produttiva e civile all’epoca pre-moderna (con relativo saccheggio delle risorse); l’uso di tale spazio geografico come base di iniziative militari, tramite milizie jihadiste, volte ad alimentare la destabilizzazione globale.

 

Le stragi di Jableh e Tartus, infatti, sono altre dalle precedenti compiute in territorio siriano: denotano un alto livello di intelligence. Non solo per la dinamica degli attentati, otto autobombe scoppiate in sincrono, ma per l’area interessata. A Tartus, infatti, si trova la base militare russa, l’unica fuori dai suoi confini nazionali (a parte quella di Sebastopoli, in Crimea, teatro di una crisi gemella…).

 

Proprio la presenza della flotta russa fa di quell’area una zona sotto stretta vigilanza da parte dei russi, non solo a livello militare, ma anche di intelligence, tanto che finora era stata risparmiata da orrori simili.

Così le stragi di Tartus fanno salire, e di molto, il livello della sfida portata a Damasco e al suo protettore moscovita.

 

Il rinnovo delle sanzioni da parte della Ue, oltre che disumano per i tragici costi che dovrà sopportare la popolazione siriana (vedi anche Ora pro Siria), reca un messaggio alto e forte: l’Unione europea ritiene che i negoziati di Ginevra non hanno alcun valore e che essa è ferma sulle sue posizioni iniziali: Assad se ne deve andare senza ma e senza se, nonostante il parere diverso di Mosca. Anche a costo di lasciare il Paese in preda alle bande terroriste che vi imperversano.

 

Infine, l’abbandono del tavolo dei negoziati di Mohammed Alloush, legato a doppio filo all’Arabia Saudita, oltre che una sfida lanciata contro il pur controverso negoziato di Ginevra, è anche una sfida contro l’amministrazione Obama: palesa cioè la sua incapacità di piegare gli alleati ai propri desiderata.

 

La parola è alle armi. Da una parte i siriani, e i russi, si vedono costretti a respingere il nuovo attivismo jihadista-terrorista, che ha rilanciato la sua iniziativa in varie zone del Paese grazie agli aiuti ottenuti tra le pieghe della mai veramente attuata cessazione delle ostilità.

Dall’altra gli americani cercheranno con maggior impegno un successo militare sul campo, in particolare a Raqqa.

 

Infatti, respinte (inspiegabilmente) tutte le proposte di collaborazione anti-terrorismo avanzate da Mosca, in questi giorni gli Stati Uniti hanno fatto partire l’offensiva verso la roccaforte dell’Isis, che vogliono prendere prima che lo faccia Damasco. Per poter rivendicare al mondo un successo contro l’Agenzia del terrore, ad oggi conseguito solo da russi e siriani.

 

Un successo di propaganda più che reale: senza un coordinamento con i russi e se la macchina del terrore, come sembra, continuerà ad essere alimentata dall’esterno ai ritmi attuali, si otterrà soltanto di costringere la forza d’urto dell’Isis verso il solo governo siriano.

 

Dall’altra, l’offensiva di Raqqa, che vede in prima linea le forze curde, dispiega tali milizie verso obiettivi altri dalla costruzione del Kurdistan, progetto politico che trova la netta opposizione, anche militare, della Turchia. Ciò consentirà ad Ankara di alleggerire la sua opera di contrasto verso i curdi e di aumentare il suo sostegno ai miliziani anti-Assad.

 

L’eventuale conquista di Raqqa ha anche un’altra valenza: può essere giocata nella campagna presidenziale americana a favore della Clinton, un po’ come avvenne per l’uccisione di Osama Bin Laden al tempo della rielezione di Obama.

 

E in fondo, il problema della crisi siriana è tutto qua: i neocon americani sperano di poter portare a compimento il decennio delle guerre bushiano, proseguito sottotraccia e con stop and go durante il mandato di Obama, attraverso una vittoria senza compromessi della Clinton (vedi anche postilla precedente).

 

L’opzione apocalisse, appunto. Finché tale opzione, benché folle, è prospettiva reale, la tragedia che sta consumando Damasco è destinata a perpetuarsi.