Chiesa

24 maggio 2016

Monsignor Hindo: la tragedia siriana vista da vicino

Sono cinque anni che una guerra feroce tormenta la Siria. Una tragedia senza fine si è abbattuta sulla popolazione siriana, che le sanzioni imposte dalla comunità internazionale strangolano ancora di più. «E le organizzazioni non governative e l’Onu invece di aiutarci, ci affamano», afferma monsignor Jacques Behnan Hindo, arcivescovo dell’eparchia siro-cattolica di Hassaké Nisibi, che la guerra in Siria la vede da vicino.

 

Lo incontriamo in una visita romana, ed è proprio su questo tema che inizia il suo dire: «L’Onu dovrebbe avere un ruolo istituzionale. Dice di volere il bene del popolo siriano e invece… basta pensare agli aiuti destinati ai siriani: le Nazioni Unite comprano merce fuori dal Paese per poi distribuirla sotto forma di aiuti umanitari. Un terzo dei finanziamenti destinati a questo scopo finiscono al personale Onu, altro si spende nel trasporto, molto costoso date le difficoltà della guerra. Se invece si comprasse merce siriana, che tra l’altro costa anche molto meno, si eviterebbero tante di queste spese, ma soprattutto si aiuterebbe il commercio locale, alleviando le sofferenza di un popolo su cui grava un’estrema povertà. Eppure si sceglie la strada più tortuosa, più costosa e meno efficace. Ci domandiamo perché…».

 

In fondo, anche questa discrasia è in linea con l’evanescenza dell’Onu riguardo la tragedia siriana, aggiunge monsignore, che ricorda con ironia le esternazioni «angosciate» di Ban ki-Mon a seguito delle stragi più efferate: «Parole, solo parole… è il nostro popolo a essere davvero “angosciato”, ma nessuno fa niente. Perché all’Occidente non interessa far finire questa guerra, dal momento che persegue i propri interessi, che poi sono in linea con quelli dell’Arabia Saudita, del Qatar e della Turchia».

 

Guerra per procura, quella contro Assad, che ha scatenato in Siria miliziani stranieri provenienti da ogni parte del mondo. Legioni che sono arrivate nel Paese sotto gli occhi complici dei servizi segreti di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Italia, aggiunge monsignore. Ci sono anche dei siriani tra le fila dei miliziani, certo. Reclutati con un sistema di arruolamento antico ma sempre efficace: il libero esercito siriano paga 10.000 lire siriane al mese, al Nusra, la più terribile milizia jihadista (le cui stragi non hanno eco in Occidente), paga 25.000 lire, mentre Daesh, ovvero l’Isis, 50.000 lire.

 

Cifre astronomiche per i normali stipendi siriani, che hanno sedotto i cuori di tanta povera gente che così ha trovato l’America. Non solo i soldi; quando iniziò la cosiddetta primavera araba siriana, in un mese il Paese si riempì di armi, come racconta il presule, che accenna anche alle decine di migliaia di pick-up Honda bianchi, con tanto di mitragliatrice posizionata nel retro, arrivate nel Paese: veicoli nuovi fiammanti che qualcuno ha comprato e girato ai miliziani e che oggi fanno bella mostra di sé in tutto il Paese.

 

Quanto ai cosiddetti “ribelli moderati”, come sono chiamati in Occidente alcuni battaglioni di miliziani, monsignor Hindo è netto: semplicemente non esistono. I miliziani passano da un gruppo all’altro con estrema facilità, come anche le armi che l’Occidente fornisce ai loro protetti.

 

Guerra sporca, quella siriana, dove tutto è ribaltato e dove tutto è usato per uno scopo diverso da quello dichiarato. Anche il recente cessate il fuoco, spiega monsignore, è stato usato a scopo bellico: per rifornire di armi i jihadisti e per farne entrare di nuovi dai confini turchi, circa diecimila.

 

La sua regione, tra l’altro, vede anche l’attivismo curdo, che certo è diretto contro le bande terroriste, ma che ha le sue ambiguità. Monsignor Hindo spiega che i curdi sono arrivati negli ultimi decenni, da Iraq e Turchia, a seguito delle repressioni subite in quei Paesi. Oggi tale minoranza combatte una battaglia che non coincide con quella dei siriani, tanto che esiste una conflittualità latente tra curdi ed esercito siriano e una diffidenza di fondo tra questi e le popolazioni locali. Storie di un Paese frammentato, a tutto vantaggio dei costruttori di caos.

 

E dei costruttori di caos è la formula magica «scontro di civiltà», una formula usata da tempo per spiegare la nuova conflittualità globale, che vede il mondo dilaniato dal conflitto tra islamici e cristiani. Una narrativa che vede l’Occidente ergersi a difensore dei cristiani. «Non abbiamo bisogno di protettori – spiega monsignore -. Abbiamo solo bisogno di essere lasciati in pace… Piuttosto la smettano di alimentare questa guerra. Dalle crociate in poi, quando l’Occidente ha usato la difesa dei cristiani come copertura per i propri interessi, i cristiani del mondo arabo hanno sempre pagato un prezzo altissimo. È ora di finirla».

 

Gli chiediamo del dramma dei profughi, e della nuova propensione all’accoglienza (pur oggetto di controversia) dell’Europa. Anche su questo tema monsignor Hindo ha idee molto chiare: non gli piacciono le distinzioni con le quali si accompagnano tali proclami, ovvero un’accoglienza mirata ai soli cristiani. «Non si tratta di salvare i soli cristiani, ma tutti i siriani. Dio ha donato la sua creazione all’uomo, e si è abbassato a servirlo. Anche a noi è stato dato il compito di servire l’uomo, tutti gli uomini, non solo i cristiani».