12 maggio

Israele e l’ultranazionalismo

141734288772553405a_bLa memoria della Shoah dovrebbe «farci riflettere sul modo in cui trattiamo gli stranieri, gli orfani, le vedove e chiunque è nella loro condizione». Così il general maggiore Yair Golan in un intervento pubblico alla “Giornata del ricordo dell’Olocausto”, nel quale ha richiamato i «processi nauseanti» che si sono verificati in Europa e in Germania allora, di cui alcuni elementi «sono visibili anche qui, fra noi, nel 2016».

Le sue parole hanno suscitato forti reazioni e indignazione sia all’interno della politica che nella società israeliana, ma anche consensi.

Alle parole di Golan, e alla controversia, il quotidiano Haaretz ha dedicato alcuni articoli. «In questo modo l’esercito israeliano è diventato un improbabile avvocato della moderazione di fronte a una società sempre più radicale […] Di fronte alla crescita dell’ultranazionalismo, l’establishment delle forze di sicurezza è sempre più preoccupato per un fenomeno che è in larga parte una sua creazione». Ha scritto Asher Schechter il 7 maggio.

Il 10 maggio è tornato sull’argomento Zvi Bar’el, che ha scritto: «Quando il governo adotta e coltiva valori che la leadership dell’esercito considera come una minaccia per l’esistenza dello Stato di Israele, e quando i cittadini, che forniscono braccia all’esercito, chiedono all’esercito di diventare bestiale e corrotto, i vertici dell’esercito si trovano davanti a un dilemma. Dovranno decidere cos’è che costituisce davvero una minaccia per la sicurezza e l’esistenza del Paese: le migliaia di missioni e di accoltellamenti dei palestinesi, o un governo che sta trasformando l’opinione pubblica in un mostro che minaccia di divorare i valori fondamentali della democrazia israeliana».

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