10 maggio

Il Papa, il populismo e l’anti-populismo

La consegna del premio Carlo Magno a papa Francesco in Vaticano, presenti le più alte personalità europee, è stata l’occasione – colta da diversi giornali – per arruolare il santo Padre nel partito trasversale anti-populista che difenderebbe l’integrità europea.

 

Il Papa che chiede accoglienza e integrazione serve alla causa dell’unità contro le pulsioni populiste che invece si fondano sul rifiuto dei migranti, vogliono erigere muri e ripristinare confini.

Al populismo abbiamo dedicato una nota, alla quale rimandiamo. Quel che forse va sottolineato in questa sede è la semplificazione artificiosa di questa analisi.

 

In realtà le forze che stanno distruggendo l’Europa, e non da oggi, sono ben altre. Da tempo essa è stretta da un fondamentalismo finanziario, ai quali i politici che governano la Ue si sono consegnati, che impone ai popoli del Vecchio Continente un’austerità incomprensibile anche sotto il profilo economico, che rende i suoi cittadini sempre più poveri e disperati.

 

Un fondamentalismo che ha eretto la moneta a unico fondamento della casa comune europea, che invece era nata sulla condivisione dei destini dei popoli che l’abitavano. Esemplare il caso della Grecia, tra l’altro esempio fulgido di accoglienza, stritolata nella morsa di tale visione integralista.

 

Così l’arruolamento forzoso del Pontefice tra le fila dei garanti dell’Europa dell’euro è esercizio arduo, che deve obliare le reiterate condanne del Papa al turbocapitalismo e all’economia volta alla spoliazione di massa, delle quali i politici convenuti presso la Santa Sede sono succubi se non partecipi.

 

Non solo: le potenze europee hanno soggiaciuto, per interesse o pavidità, ai progetti neocon in Medio Oriente e nel mondo arabo, forieri di una destabilizzazione permanente che ha creato flussi migratori senza precedenti.

 

Infine, hanno accolto con entusiasmo suicida il progetto che prevede un contrasto a tutto campo della Russia, che depaupera ulteriormente il Vecchio continente e, aumentando la conflittualità globale, produce nuova destabilizzazione e nuovi migranti.

 

I richiami all’accoglienza di papa Francesco non possono essere disgiunti dai suoi appelli per la pace e la stabilizzazione delle aree di crisi. E la partecipazione al destino dei migranti non elimina la responsabilità di evitare tali catastrofi umanitarie ab origine. Semmai l’aumenta.

 

Non sappiamo in quale misura tali scelte politiche più che scellerate siano state imposte alle élite di Bruxelles e quanta parte abbiano avuto invece la connivenza e l’interesse. E certo esistono tra loro forze di contrasto, seppur costrette ad agire sottotraccia, a tali derive.

 

E però, al netto dei dovuti distinguo, va evidenziato come le scelte politiche, economiche e finanziarie disastrose perseguite finora da Bruxelles hanno creato l’attuale reazione.

 

I cittadini dell’Europa non si riconoscono più nei loro governanti e soprattutto nell’oligarchia che detta legge a Bruxelles. Dalla quale, più a ragione che a torto, si sentono depauperati anche dei propri diritti di cittadini partecipi della res publica, in ragione di una cessione di sovranità nazionale sempre più incontrollabile.

 

Una reazione, appunto. Una conseguenza, non una causa. Criticare le conseguenze e ignorare le cause dei fenomeni, per interessi di parte e di partito, non aiuta a risolvere i problemi, Semmai li aumenta.

 

Non si tratta di stigmatizzare la visita vaticana dei rappresentanti della Ue, che pure doveva essere accolta dal Papa con il dovuto rispetto (omnis potestas a Deo) e con la dovuta speranza, dal momento che c’è sempre spazio per correzioni di rotta.

 

Ma resta la legittima perplessità per l’aggregazione forzosa di Francesco all’interno di uno schieramento sedicente anti-populista (quanto populismo nella retorica di un’Europa messa a rischio dal populismo…).

 

Il Papa è di tutti e “ama il prossimo tuo come te stesso” è comandamento del Signore che si applica di certo ai migranti, di ogni religione, ma anche ai tanti cittadini europei che soffrono le derive di un’Europa che non sa più essere dei popoli ma delle banche; che non sa più fare gli interessi dei cittadini, ma della grande finanza; che, infine, sta perdendo la caratteristica fondativa che l’ha resa a lungo luogo privilegiato di mediazione e riconciliazione internazionale, ma al contrario è partecipe di spinte destabilizzanti.

 

Infine, non va dimenticato che i circoli cultural-finanziari che oggi si ergono a difensori dell’Europa contro il populismo sono per buona parte gli stessi che hanno sostenuto la rivoluzione di piazza Maidan, obliando scientemente che la massa critica di tale rivoluzione, e del governo successivo, era formata da variegati movimenti neonazisti. Gli stessi che oggi spingono per portare più a fondo il confronto con la Russia.

 

Tale ipocrisia non scandalizza più di tanto, appartiene alla politica e alla propaganda da che mondo è mondo. E però inficia alquanto la retorica del contrasto al populismo dilagante. Tra l’altro immaginare che il germe del revanscismo neonazista, una volta fiorito (anche il Male ha i suoi fiori, insegna Baudelaire), possa rimanere ristretto nei soli confini ucraini non è realistico. Le forze oscure che l’hanno usato in Ucraina possono usarlo anche altrove.

 

Detto questo non si tratta di schierarsi con il populismo contro la retorica opposta. Ma di distinguere tra revanscismo tout court e rivendicazioni popolari che nascono dalla stretta economica e dal depauperamento della rappresentanza politica ad opera delle élite di Bruxelles.

 

Ignorare queste ultime, derubricandole a stolido populismo che, in quanto tale, non merita considerazione ma solo esecrazione, rischia di consegnare masse sempre più grandi a un revanscismo incontrollabile. E ai costruttori di caos contro i quali, peraltro, papa Francesco si è sempre scagliato.

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