Postille

5 maggio 2016

La Turchia senza più freni?

Si dimette il primo ministro turco Ahmet Davutoglu, notizia più che rilevante dal momento che Ankara negli ultimi tempi ha assunto un ruolo di primo piano nel gioco politico internazionale (per i dettagli leggi articolo del Giornale). A rendere ancora più clamorosa la notizia la sua vicenda personale: Davutoglu, infatti, ha avuto un ruolo di primo piano nella storia del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp), il partito islamico al governo che ha come leader il presidente Recep Tayyp Erdogan.

 

Egli, infatti, è stato tra i maggiori artefici della trasformazione dell’Akp da partito islamista, che la rivoluzione laicista di Ataturk condannava ai margini della politica, in un partito in grado di governare il Paese. E sempre lui a immaginare la rinascita della politica estera turca in chiave neo-ottomana. Idee alle quali ha dato corpo Erdogan, che ne ha fatto la base della sua fortuna politica.

 

Tanto che i due sembravano uniti da un connubio indissolubile, una sorta di dioscuri della nuova Turchia. Un Paese oggi preda di derive autoritarie, che consegnano le opposizioni a una repressione sempre più evidente, e fautore di una politica estera aggressiva, conseguenza della spinta neo-ottomana, che è tra le principali cause dei conflitti che stanno martoriando il mondo arabo (vedi alla voce Siria).

 

E però negli ultimi tempi qualcosa tra i due si è incrinato. Ad anticipare la rottura, un articolo di Al monitor del 3 maggio di Mustafa Alkiol, che ha rivelato la nascita di un nuovo blog turco dal nome significativo: Rapporto Pelikan (Palikan Brief), che riecheggia il titolo di un thriller americano nel quale si narra di uno scandalo che coinvolge un presidente degli Stati Uniti.

 

Da alcuni indizi, Alkiol presume che dietro il blog ci sia qualcuno vicino a Erdogan. Bersaglio delle critiche del sito è appunto Davutoglu, che viene definito senza mezzi termini «traditore».

 

Tante le critiche verso il premier turco, tra cui quella di aver tenuto una posizione troppo dialogante con l’Occidente (e con Obama in particolare) e di «non aver mai sostenuto il sistema presidenziale», mentre l’attuale presidente, ovviamente, ne è deciso fautore. Insomma, ci sarebbe stata una rivalità tra i due, a stento mascherata dai rispettivi ruoli istituzionali. Ma il punto vero della questione sarebbe altro.

 

Questo il passaggio più interessante dello scritto di Alkiol: «Davutoglu ha osato fare molte cose per conto suo e contro la volontà di Erdogan», ovvero: si è speso «per far approvare una “legge per la trasparenza”»; ha incoraggiato «quattro ministri del governo accusati di corruzione» ad accettare un regolare processo; ha cercato di «mediare un accordo di pace con i militanti curdi in un momento in cui Erdogan non è più interessato a tale ipotesi»; inoltre si è anche «opposto all’incarcerazione di giornalisti e accademici», contro la volontà del presidente.

 

Per molti osservatori internazionali il premier turco rappresentava il «poliziotto buono», l’altra faccia della medaglia di un regime oscuro, del quale in effetti conservava tratti inequivocabili di rigidità.

 

Invece per Alkiol c’era un fondo di verità in quell’atteggiamento, tanto che conclude: «Davutoglu sarà ricordato nella storia come una persona che ha accettato un incarico di primo ministro in un momento molto difficile […] e, probabilmente, ha cercato di fare del suo meglio all’interno di vincoli estremamente complicati».

 

Insomma, Davutoglu avrebbe costituito una sorta di segreto freno alla politica repressiva e aggressiva di Erdogan, un ruolo forse assunto per ritagliare a sé un avvenire da successore moderato.

Ora Erdogan, senza più freni, potrebbe diventare ancora più assertivo, sia nel confronto con i curdi e con l’opposizione, sia nel teatro del conflitto siriano (e altri in Medio Oriente).

 

Mammaliturchi, si diceva in tempi bui. La storia a volte ha il vizio di ripetersi. Speriamo non sia questo il caso. La complessità della magmatica situazione politica turca e del Medio Oriente in generale non permette ad oggi di avere indicazioni sicure, né in un senso né in altro.