Mondo

4 maggio 2016

L’Egitto e il fronte anti-Teheran

«Ryad sta mangiandosi il Cairo. Questa è stata la percezione quando il re Salman bin Abdul-Aziz Al Saud ha visitato l’Egitto per cinque giorni all’inizio del mese scorso. Durante la visita, sono stati firmati molti trattati e accordi, tra cui il trasferimento della sovranità dell’Egitto sulle due isole di Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita». Inizia così un articolo di Hassan Ahmadian su Al Monitor del 3 maggio, che accenna alle grandi manovre in corso in Medio Oriente, la più importante delle quali è portare l’Egitto all’interno della vasta coalizione anti-Iran formata da Arabia Saudita e Petromonarchie del Golfo in stretto collegamento con Israele.

 

Infatti, scrive al Monitor, «l’Egitto non è mai stato così vicino all’Iran sulla Siria da quando Sisi è diventato presidente. In questo contesto, i sauditi stanno cercando di imbarcare l’Egitto» nella coalizione contro Teheran. Il punto, secondo Ahmadian, è che «Teheran percepisce favorevolmente il potenziale ruolo dell’Egitto in Medio Oriente»: la sua autonomia dal mondo sunnita lo rende un oggettivo ostacolo alle manovre di Ryad e Tel Aviv per contrastare l’Iran.

 

Un’autonomia che si oggettiva anche nell’agenda di Al Sisi: la sua priorità non è il rovesciamento di Assad o il contenimento dell’influenza di Teheran e delle rivendicazioni delle comunità sciite in Medio Oriente, che sono alla base dell’alleanza tra Tel Aviv e Ryad, quanto «la lotta contro il terrorismo e l’instabilità nella penisola del Sinai e nella Libia».

 

Nota a margine. Questo il quadro nel quale si va a collocare anche la cronaca di questi giorni, in particolare quella nera riguardante l’omicidio di Giulio Regeni che ha favorito l’isolamento internazionale di Al Sisi.

 

Egli ha ancora margini di manovra, come è dato di vedere in Libia, dove il generale Khalifa Haftar, che al Cairo è legato a filo doppio, sta tentando di impedire che bande terroriste portino il caos a ridosso delle frontiere egiziane e di ritagliare ai suoi protettori aree di influenza in territorio libico.

 

Ma il presidente egiziano deve far fronte anche alle sempre più esplicite contestazioni interne in stile rivoluzione colorata (o primavera araba che dir si voglia). Proteste innervate da rivendicazioni di libertà e giustizia da parte della società civile e dal revanchismo della Fratellanza musulmana (esautorata a suo tempo dal golpe di Al Sisi).

 

Pulsioni sostenute e alimentate da potenti ambiti internazionali, ai quali non sono estranei i neocon americani, determinati a innescare un cambio al vertice per favorire la svolta anti-Teheran del Paese. Non è difficile immaginare quale delle due anime della piazza avrà la gestione del potere in caso di regime-change.

 

A meno che il fronte che oggi sostiene sottotraccia il presidente egiziano, dall’amministrazione Obama alla Russia, non decida per un cambio della guardia soft, che conservi all’Egitto la propria autonomia. Gioco complesso, che si intreccia con quello del controllo dei ricchi giacimenti petroliferi egiziani e libici, ai quali sono interessati anche le potenze europee. Il rischio di un collasso del Paese è alto (che poi è l’opzione B dei fautori del caos).