Mondo

2 maggio 2016

L’arsenale di Gheddafi

«I bombardamenti anglo-franco-americani in Libia furono considerati un “intervento umanitario”», nello stile di altri realizzati in precedenza, come ad esempio quello in Jugoslavia. «A me sembrò che la parola “umanitario”, come in molti altri casi, nascondesse fini meno confessabili ed esponesse la società internazionale al rischio di confltti sempre più difficilmente gestibili». A scrivere queste righe è Sergio Romano sul Corriere della Sera del 30 aprile.

 

La Libia, una volta ucciso Gheddafi, fu abbandonata a se stessa, conclude Romano. Eppure, se criticate sul punto, le potenze interventiste «risponderebbero di aver salvato le migliaia di vittime che avrebbero riempito le strade di Bengasi se Gheddafi avesse conquistato la città. Ma che cosa direbbero del numero molto più grande di uomini, donne e bambini uccisi dalla guerra civile che ha sconvolto il Paese negli anni seguenti e inondato l’Africa di armi provenienti dagli arsenali libici?».

 

Nota a margine. Abbiamo riportato la notizia non solo per ricordare un dramma ancora attuale e che rischia di precipitare l’Occidente in una nuova guerra aperta, ripetendo errori del passato e portando tale follia al parossismo, ma soprattutto per quella notazione finale: quell’intervento ha fornito armi al Boko Haram e ad altri gruppi armati che stanno terrorizzando altri Paesi africani.

 

E ha trasformato la Libia in un hub dal quale partono jihadisti di ogni sorta: molti dei valorosi ribelli siriani che stanno insanguinando un Paese prima pacifico provengono proprio da qui (l’inizio della guerra ebbe in tali miliziani i protagonisti assoluti).

 

E Siria e Libia conservano un cordone ombelicale che li lega indissolubilmente, tanto che i terroristi dell’Isis messi in fuga dall’intervento russo in territorio siriano sono approdati proprio in questo Paese. Paradossi delle guerre umanitarie.