26 aprile

Le elezioni in Austria o del populismo

Alle presidenziali austriache avanza prepotentemente la destra del Fpoe, che porta il suo candidato Herbert Hofer al ballottaggio con il 36 per cento dei voti. Se la vedrà con il candidato dei Verdi, Alexander van der Bellen. Un voto importante per tutta l’Europa, perché indica ancora una volta che i partiti dichiaratamente di destra sono ormai sdoganati dopo l’emarginazione degli anni post bellici.

 

Le destre non fanno più paura come accadeva per le generazioni precedenti. Anzi, oggi per tanta parte della popolazione europea sembrano incarnare una nuova speranza. Non è solo il caso dell’Austria, ma anche del Front national di Marine Le Pen in Francia, come di altri partiti dell’Europa occidentale.

 

Un ritorno che fa il paio con la conquista del potere di partiti analoghi in alcuni Stati dell’Est, in particolare in Ungheria e Polonia, anche se in queste latitudini la carica anticomunista ha fatto assumere alle destre connotati libertari diversi che altrove.

 

Ma al di là delle differenze tra Est e Ovest, resta che il vento di destra soffia forte in Europa. Tali soggetti politici vengono liquidati sui media come espressione di un populismo vincente. Una semplificazione alquanto rozza che non aiuta a capire quel che sta veramente accadendo.

 

La definizione, infatti, non vuol dire nulla: populista è anche Renzi e il suo renzismo, come anche il nuovo socialismo francese che si identifica nel volto vincente di Manuel Valls, come populiste appaiono certe scelte politiche di Angela Merkel e altro.

 

In realtà quel che l’Europa sta vivendo è ben più profondo. Non è tanto il vento del populismo a scuoterla, quando il vento della paura. La paura causata da un’ondata di migrazione senza precedenti, come sottolineano le analisi mediatiche, ma anche la paura per un futuro che si intravede senza uscita causato da una stagnazione economica che stritola ogni prospettiva.

 

Timore che si somma a quello per un destino che appare consegnato irreparabilmente ai desiderata di oligarchie non elette, della finanza e dell’élite tecnocratica di Bruxelles. E, infine, ultima ma non certo ultima, la paura per la sicurezza, creata e organizzata dalle Agenzie del terrore globale.

 

A questa paura i soggetti politici tradizionali non sanno dare risposte. E si vedono costretti a rincorrere i cosiddetti partiti populisti su temi sensibili quali sicurezza e immigrazione, come accaduto recentemente in Austria con la chiusura delle frontiere da parte di un governo di unità nazionale guidato da partiti tradizionali.

 

Sulle politiche anti-immigrati di Vienna val la pena riportare il commento di Tonia Mastrobuoni sulla Repubblica del 25 aprile: «A nulla […] è servito scimmiottare la destra populista. Gli austriaci hanno preferito l’originale alle goffe imitazioni».

 

Ma il punto della questione è un altro. La paura non può essere vinta che dalla speranza. E proprio questa è venuta meno. I partiti tradizionali non sanno più proporre prospettive che infondano speranza. Non sanno difendere gli interessi dei deboli, dei risparmiatori, dei lavoratori, né sanno immaginare un’Europa capace di supportare i destini dei popoli che la abitano.

 

Consegnati all’interlocuzione con i poteri forti, nazionali e transnazionali, non sanno più parlare ai propri concittadini, né sono più capaci di farsi interpreti delle loro istanze.

 

In precedenza, i partiti storici, pur con i loro limiti, grazie anche a leader più adeguati, avevano potuto far fronte ai populismi proprio in virtù del fatto che si trattava di partiti popolari, in rapporto con la società civile e interpreti delle sue istanze.

 

Oggi di questi partiti è rimasto un vuoto involucro il cui compito (al di là del residuo spazio di libertà loro concesso dal potere reale) si limita alla gestione della cosa pubblica in nome e per conto dei poteri forti. Così i partiti dichiaratamente populisti appaiono ai cittadini del Vecchio Continente come l’unico interlocutore interessato alle proprie esigenze.

 

Non si tratta di prendere le parti dei partiti populisti a discapito dei partiti tradizionali (o di quel che ne è rimasto), anzi. La loro affermazione, proprio perché priva di contrasto reale in ambito politico, appare ancora più pericolosa.

 

Anche perché le oligarchie che oggi usano gli involucri dei partiti tradizionali potrebbero in futuro abbandonarli al proprio inutile destino per usare i nuovi soggetti politici. È accaduto in un oscuro passato, può ripetersi. Un’eventualità che potrebbe essere favorita dall’opera funesta dalle Agenzie del terrore, che in questo momento di transizione hanno assunto certa importanza.

 

Esistono ancora forze di contrasto nella classe politica europea, sia nei partiti tradizionali (almeno come portato residuale), sia all’interno dei cosiddetti partiti populisti, di destra o di altra natura. Come anche nel mondo della cultura e dell’economia. Non fosse altro perché è sempre più evidente che la prospettiva alla quale le oligarchie dominanti stanno consegnando l’Europa è alquanto fosca.

 

Per cambiare occorrerebbe che la politica tornasse a essere il luogo della gestione del potere reale, o almeno di parte significativa di questo. Ad oggi non ci sono le condizioni: troppo grande il potere delle oligarchie dominanti.

 

Ma il mondo vive un momento di fluidità senza precedenti, nel quale emergono variabili non del tutto controllabili. Così, oltre ai fattori interni, anche le circostanze internazionali potrebbero favorire l’inserimento di incognite nuove in un sistema ad oggi bloccato.

 

Esemplare in tal senso, al di là dell’esito della campagna elettorale, il fenomeno Sanders in America (peraltro anch’esso identificato come populista…). Non è la prima variante di sistema degli ultimi anni, non sarà l’ultima.

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