Mondo

23 aprile 2016

Trump e la politica estera americana

Rispondendo a una missiva indirizzata al Corriere della Sera del 23 aprile, Sergio Romano accenna a cosa farebbe Donald Trump in politica estera se diventasse presidente. E lo fa riprendendo quanto detto in questa campagna elettorale dal bizzarro tycoon americano, «isolazionista e sbrigativo».

 

Egli «sarebbe pronto a trattare con Putin, ma sostiene che la Cina è un pericoloso concorrente degli Stati Uniti. Approva l’accordo con Cuba […] ma disapprova quello con l’Iran. Dice che occorre aiutare Israele e si dichiara pronto ad avere buoni rapporti con il primo ministro Netanyahu, ma sostiene contemporaneamente che non bisogna prendere partito per lo Stato ebraico. Sembra riconoscere una certa utilità della Nato, ma dice anche che gli alleati degli Stati Uniti dovrebbero pagare per il mantenimento delle basi americane sul loro territorio.

 

Quando le domande del pubblico concernono il Medio Oriente, non esita a sostenere che le cose, quando gli uomini al potere erano Saddam Hussein in Iraq e il colonnello Gheddafi in Libia, andavano meglio. Se gli viene chiesto come affronterebbe la crisi siriana, risponde che “starebbe a guardare”. E se la domanda concerne i rapporti con la Corea del Nord, risponde che chiederebbe a Pechino di «fare sparire» il suo leader, Kin Jong-un».

 

Nota a margine. Come accenna anche Romano, le affermazioni rese durante la campagna elettorale potrebbero essere corrette in seguito. E però a oggi non si può che ragionare su queste.

 

La sintesi di Romano va forse integrata: se vero che Trump ha bocciato con veemenza l’accordo sul nucleare con Teheran, che secondo lui aprirebbe le porte a un olocausto nucleare, ha aggiunto che farebbe «dei controlli talmente rigidi sull’attuazione dell’accordo, per cui l’Iran non avrebbe alcuna possibilità di trovare alcuna lacuna».

 

Insomma, non si tratterebbe di cancellare l’accordo, ma di vigilare meglio sullo stesso. Ma sul punto molto si giocherà, del caso, nei rapporti tra il nuovo presidente e la destra israeliana, che vede tale trattato come fumo negli occhi.

 

Ma al di là del tema in questione, che resta il convitato di pietra di questa campagna elettorale, val la pena evidenziare che anche Obama ha tentato la via dell’isolazionismo (tale la politica volta a chiudere i conflitti aperti negli anni precedenti). E, in parallelo, di spostare il baricentro della politica estera americana verso il Pacifico, in un nuovo confronto con Pechino. 

 

Un tentativo non riuscito, se non in parte e non senza ambiguità, dal momento che spinte diverse lo hanno costretto a una politica di confronto con la Russia e a impelagarsi di nuovo in Medio Oriente.

E però, se si osserva il quadro descritto da Romano, le affermazioni di Trump, al di là delle bizzarrie proprie del personaggio, sembrano seguire il tracciato delle intenzioni iniziali di Obama.

 

Hillary Clinton invece ha sempre marcato la sua distanza con Obama riguardo le direttrici specifiche della politica estera americana, in particolare nel confronto con la Russia e per quanto riguarda il ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente.

 

L’ex Capo del Dipartimento di Stato Usa ha sempre sostenuto che Washington avrebbe dovuto avere un ruolo più assertivo su ambedue i fronti (anche se sarà da vedere, nel caso sia lei la prossima inquilina della Casa Bianca, se riuscirà a dispiegare una tale politica o verrà frenata dal suo partito: la contesa con Sanders sta facendo consolidare una fronda interna che si farà sentire anche in politica estera). 

 

Bizzarrie della politica americana. D’altronde il mondo vive un’epoca di transizione, caratterizzata da profonde contraddizioni che si ripercuotono nella percezione che gli Stati Uniti hanno di sé con riguardo alla loro proiezione globale. Ma sul punto torneremo.