Postille

19 aprile 2016

Se crolla l’Egitto

La visita di Hollande in Egitto ha fatto clamore. In particolare, ha fatto il giro del mondo la risposta di Al Sisi riguardo il caso Regeni, sul quale era stato interpellato dal suo interlocutore che gli aveva chiesto conto del rispetto dei diritti umani nel suo Paese. «Le norme europee non possono applicarsi a Paesi in difficoltà come l’Egitto. L’area in cui viviamo è turbolenta». Frase che è stata sintetizzata dai media, che l’hanno sparata sui titoli, in questo modo: «I diritti umani non valgono in Egitto».

 

In realtà, come si può constatare, il presidente egiziano ha detto ben altro, ma a quanto pare non sta attraversando un periodo di buona stampa in Occidente. Il caso Regeni pesa, eccome.

Va da sé che la ramanzina sui diritti umani non viene fatta a Erdogan, che sta schiacciando la Turchia in una morsa di ferro e, allo stesso tempo, è diventato partner indispensabile dell’Europa per gestire i migranti. Né all’Arabia Saudita o alle altre petromonarchie del Golfo, dove i diritti umani sono sottomessi ai dettami dell’islamismo wahabita più duro. In questo caso è il petrolio a frenare i maestri dell’umanitarismo nostrani.

 

Ma l’interlocuzione di Hollande era obbligata: il suo tour al Cairo è sembrato collocarsi sulla scia della visita effettuata poco prima dal re saudita che, come questa (vedi nota), ha suscitato sospetti e interrogativi. A diversi analisti, infatti, è sembrato che ambedue abbiano voluto profittare del raffreddamento dei rapporti tra Italia ed Egitto per aprire ai rispettivi Paesi nuove opportunità. Da qui la puntualizzazione del presidente transalpino, che evidentemente ha voluto dissipare ombre in proposito.

 

Ma al di là dei (possibili) retroscena, resta che il caso Regeni sta pesando come un macigno sull’Egitto. Al Sisi ha voluto puntualizzare ancora una volta la sua buona volontà per far luce sul caso. Ed è evidente che ha tutti i motivi per farlo, dal momento che la vicenda lo sta logorando non poco. Come è evidente che si trova davanti a difficoltà interne ad oggi insormontabili.

 

Gli interna corporis di un sistema politico-sociale come l’Egitto, attraversato da infiltrazioni di ogni genere, sono un groviglio inestricabile di poteri e interessi contrastanti che evidentemente il presidente non controlla affatto. Anzi è più che probabile che parte dell’apparato di intelligence e militare stia attivamente lavorando per far crollare il suo governo. In accordo con potenze regionali e internazionali interessate a chiudere la partita con un generale scomodo.

 

«Siamo esposti a forze malvagie che cercano con tutte le loro energie di scuotere la stabilità dell’Egitto», ha detto Al Sisi al suo interlocutore transalpino. Già, perché il problema, al fondo, è questo. Molte cancellerie occidentali si stanno interrogando sul futuro del generale prestato alla politica. Se cioè sia il caso di sostituirlo con altro più controllabile.

 

Evidentemente l’autonomia di Al Sisi, che tra l’altro ha aperto alla Russia che tanti ambiti occidentali considerano un nemico peggiore dell’Isis (si tratta di dichiarazioni pubbliche, non di voci di corridoio), non va giù. Ma, nel caso specifico, si sta giocando con il fuoco.

Un eventuale cambio di guardia al Cairo non necessariamente sarà come quello che ha portato al potere al Sisi: tante le spinte disgregatrici in campo, a iniziare dalla turbolenza sottotraccia causate dall’attivismo della Fratellanza islamica. Ed è più che possibile che un altro colpo di Stato le possa liberare.

 

Il rischio di un collasso del sistema, che produrrebbe uno scenario di tipo libico, è alto. Solo che l’Egitto non è una scatola di sabbia sulla sponda meridionale del Mediterraneo: si trova nel bel mezzo dell’area più strategica del mondo, peraltro a ridosso del Canale di Suez. «Non potete neanche immaginare cosa succederebbe al mondo intero se questo Paese crollasse», ha detto al Sisi a Hollande. E non è un modo di dire.

 

«In Medio Oriente non si può fare la guerra senza l’Egitto e non si può fare la pace senza la Siria», ripeteva ai suoi interlocutori Henry Kissinger. Con la Siria intrappolata in un periodo di turbolenza prolungata – questo il destino al quale è stata consegnata dalla follia del regime-change progettata dagli strateghi neocon -, la conflittualità egiziana andrebbe a propagarsi all’intorno con ondate destabilizzanti difficilmente contenibili. E con ripercussioni globali inimmaginabili, come da profezia di al Sisi (anche Gheddafi ebbe a pronunciare analoghe profezie prima dell’intervento Nato in Libia, e rimase inascoltato).

 

Il caso Regeni esige una risposta. Ma non si otterrà di certo perseverando in questo muro contro muro contro il presidente egiziano. Anzi, accrescere le distanze, anche se utile a placare malumori, renderà sempre più difficile il suo accertamento.  Allo stesso tempo si rischia di indebolire sempre più il vero bersaglio degli assassini di Giulio, ovvero il presidente egiziano, e di creare altre e più immani tragedie. Occorrerebbe un surplus di ragionevolezza. Che ad oggi non si riscontra.