19 aprile

Un notes per Giacomo

Tantardini-G-3Quattro anni fa, il 19 aprile, moriva don Giacomo Tantardini. Nella rubrica come in cielo pubblichiamo una sua meditazione. Un modo per ricordarlo e per evidenziare come la grazia a lui accordata dal Signore non appartiene a un qualche passato nostalgico, ma è qualcosa di vivo e attuale.

La meditazione in questione ci è stata segnalata da cinque persone diverse, che l’avevano letta in questi giorni, come cosa di conforto per il cuore. Tra i tanti scritti di don Giacomo, e senza che ci fosse alcuna correlazione tra loro, tutti e cinque ci hanno segnalato la stessa meditazione. Nel nostro piccolo, l’abbiamo presa come una felice coincidenza da condividere con i lettori.

In questo Notes, poi, piace aggiungere due cose che ci sono state raccontate. Che hanno commosso il nostro cuore e ci hanno reso ancora più evidente l’attualità di cui sopra.

Il primo racconto ha forma anonima, ché la ragazza che ce ne ha riferito ha chiesto di usare discrezione. Doveva fare un esame all’Università, la ragazza, filosofia medioevale. Esame che, oltre ai testi indicati, poteva avere una integrazione a scelta dello studente, concordata con il professore.

Lei aveva scelto sant’Agostino e alcuni testi di don Giacomo, che aveva conosciuto di lontano quando era ancora bambina, ma del quale aveva sentito parlare, e tanto, dai suoi genitori, che del sacerdote erano stati amici. Ne parla con il professore, accennando ai testi di questo sacerdote che immaginava ignoto al suo interlocutore.

Il professore le chiede, ovviamente, di chi si trattasse. Don Giacomo Tantardini, risponde. Si aspettava reazioni stupite o ulteriori domande, la ragazza, e invece, a sorpresa, il professore lo conosce. Laico, e lontano dalla Chiesa come tiene a sottolineare, il docente gli dice di aver ricevuto per vie traverse “Chi prega si salva”. Lo conosce? chiede alla studentessa. Che risponde affermativamente, sorridendo tra sé al pensiero dei suoi e della loro casa, dove quel piccolo libretto di preghiere è più che familiare.

Credo che questo libretto sia una delle cose più interessanti avvenute nella Chiesa negli ultimi anni, le dice allora il professore, perché evidenzia l’essenziale del cristianesimo: la semplicità della carità.

La definizione di questo professore ci sembra una delle definizioni più belle di quel libretto di 30giorni così caro al cuore di don Giacomo. E il fatto che a definirlo in questo modo sia stato un laico dimostra, semmai ce ne fosse bisogno, come il dialogo con la modernità e il rapporto con la laicità sia più facile di quel che sembra: non si tratta di una rincorsa affannata verso un mondo non (più) interessato al cristianesimo, ma di (ri)proporre l’essenziale del cristianesimo, Ma forse certe cose le capiscono più i laici non clericali che i cattolici…

Il secondo racconto che volevo proporre ai lettori è riferito da un mio vecchio amico, Cartesio, che me ne ha parlato nel parcheggio dell’ospedale nel quale lavora. Vecchio amico, appunto, ché non ci vediamo dai tempi dell’Università quando, allora, vivevamo con altri studenti una felice prossimità con don Giacomo. Lui forse un po’ meno, che già da allora le cose della vita lo portavano per le sue vie. Tanto che nel tempo aveva poi perso di vista quel sacerdote e i suoi vecchi amici.

Così veniamo a due anni fa, quando la figlia si ammala. Era maggio allora, e Giorgia aveva diciotto anni: ragazza sana e nel fiore della vita, come sottolinea il padre. È allora che la vede tremare, ha delle mioclonie spiega con termine tecnico, mentre beve un bicchier d’acqua. Progressive. Tanto che si spaventa e la porta in ospedale.

E qui, giù analisi di ogni genere, ché i dottori non riescono a capire quel che accade. Il papà è angosciato, sa che sono sintomi che possono essere segnali di malattie brutte, anche se le analisi sembrano escluderle. E però quel tremore terribile aumenta: Cartesio ha ancora negli occhi l’immagine della figlia sottoposta a elettroencefalogramma. E quel letto impazzito, agitato da un tremore irrefrenabile.

Va a letto stanco e angosciato, come si può immaginare. E qui inizia una notte che gli si conficca nel cuore, tanto che al ricordo si commuove, lui che non è uso a cose del genere.

Una notte agitata, si diceva, e quel sogno che è davvero bizzarro. Nel sogno, infatti, lui assiste a una lezione di don Giacomo. Una di quelle catechesi che aveva ascoltato ragazzo, quando ancora quel sacerdote era parte del suo mondo più prossimo e caro.

Un sogno strano, racconta, ché ormai don Giacomo non era parte neanche del suo inconscio più profondo. Certo, aveva partecipato ai funerali, quando era morto. E certo era caro quel ricordo lontano. Ma la vita e le cose lo avevano talmente sbiadito da renderlo passato più che remoto.

Invece in quel sogno lui stava seduto a quel banco, come quelli che usava al tempo di quelle catechesi passate. E Giacomo, in quel sogno, gli mette una mano sulla spalla e gli dice di non preoccuparsi, ché la figlia non ha niente.

Si sveglia e torna all’ospedale con quel sogno nel cuore. La ragazza sta meglio, ma tutto è ancora sospeso. Tanto che i medici vorrebbero fare qualcosa, ipotizzano terapie, anche se ancora non avevano capito quel che le stava accadendo. Lui, certo, non poteva raccontare del sogno, ci spiega, ma dice ai dottori di lasciar perdere, che tutto è a posto così. Due, tre giorni e la figlia esce dall’ospedale. E tutto ritorna al suo posto.

Da allora la figlia, alla quale ha raccontato la cosa, ha una immaginetta di Giacomo nel suo portafoglio. E mentre racconta di questo particolare le lacrime gli velano ancora di più gli occhi chiari, ché forse è questo il dettaglio più intimo e caro, quanto segreto, di questa storia da sogno.

Raccontiamo questo piccolo episodio non tanto per qualche pretesa apologetica – il nostro ricordo di don Giacomo non ne ha bisogno -, ma perché ci è risultato caro quando ci è stato riferito. Un modo come un altro per ricordare un amico in Paradiso, la cui memoria è cara a tanti lettori del nostro povero sito.

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