Postille

14 aprile 2016

Il Papa a Lesbo e l’Impero del caos

Il Papa va a Lesbo, terra di frontiera, l’isola sulla quale si frangono ondate di migranti, che la risacca lascia là, sul bagnasciuga, abbandonati relitti di un naufragio causato da qualche ignota tempesta che ne ha affondato la nave della vita.

Naufragi violenti per lo più, che la tempesta perfetta causata dai venti oscuri dello scontro di civiltà squassa società che un tempo erano relativamente stabili, creando ondate di destabilizzazione sempre più ampie, che scuotono nel profondo ormai tutti i Paesi del Mediterraneo del Sud.

 

Francesco a Lesbo vuole vedere da vicino quei relitti che l’Europa non riesce più ad accogliere. Indicare al Continente invecchiato non solo un dovere inscritto nel cuore, ma un’opportunità. Di fratellanza, di condivisione, di ricchezza umana. Nel cristianesimo è facile carità, ché la carità è facile se fa il Signore, ma anche al di là di questo orizzonte cristiano è facile capire che la via dell’accoglienza attiene l’umano, quando il cuore resta umano.

 

E però c’è il problema, anzi il Problema con la P maiuscola. Che è quello per cui si alzano i muri che iniziano a tagliare l’Europa indivisa, la frammentano in una babele di veti incrociati, di non possumus, di rigetto verso un dovere umanitario che la sta precipitando verso una nuova barbarie.

 

Certo, non si può obliare che queste ondate di migranti stanno destabilizzando l’Europa, le cui risorse sembrano inadeguate a far fronte a questo dramma planetario. Un’ondata destabilizzante di ritorno, che investe un Continente che ha portato destabilizzazione altrove, assecondando con funesta leggerezza i progetti bellicisti dei neoconservatori americani, che dalla guerra del Golfo ad oggi continuano a seminare terrore globale in combinato disposto con il mostro dello jihadismo wahabita.

 

Così quella a cui assistiamo è una nemesi, un contraccolpo scontato a scelte politiche indegne del passato e del presente. Basta pensare alla guerra in Siria, che da cinque anni produce migranti a ciclo continuo; uomini donne e bambini in fuga da una guerra di cui le nazioni europee sono state parte attiva, per guadagnare ad altri – e anche a loro – un Paese senza Assad. Un giocattolo nuovo da sfruttare a proprio uso e consumo. E la Libia prima della Siria, e Gheddafi prima di Assad.

 

Ora le stesse forze che hanno alimentato quel caos usano i migranti come arma di destabilizzazione di massa contro l’Europa. Che reagisce con un nervosismo nel quale confliggono ragioni di accoglienza e ragioni di Stato. E però finché questa immane tragedia resta chiusa nella sterile contrapposizione accoglienza-non accoglienza si rimane bloccati nella tempesta: tale contrapposizione, infatti, non è altro che un inutile teatrino creato ad arte dai seminatori di caos. Un teatrino di banalizzazione di massa, che impedisce di vedere la vera portata del dramma epocale che stiamo attraversando.

 

Si tratta di una tragedia globale alla quale va data una risposta globale. Per fare un esempio, non minimo, il destino di tanti emigranti, di ieri e di domani, si gioca in questi giorni a Ginevra, dove sono ripresi i negoziati per la pace in Siria. In questa sede, tante nazioni europee alle ragioni della pace da tempo antepongono i rapporti privilegiati con quei Paesi che urgono per un fallimento delle trattative, Arabia Saudita e Turchia in primis (ipotesi alla quale stanno lavorando sottotraccia anche gli Usa, secondo il Wall Street Journal, tanto da aver approntato un successivo surge che prevede l’invio massiccio di armi sofisticate alle milizie anti-Assad).

 

L’Impero del caos produce conflitti e quindi migranti. L’unico modo per contrastarlo è riportare un po’ di ordine in questo mondo. Serve ragionevolezza e lungimiranza. Anche per questo il viaggio papale a Lesbo può essere d’aiuto a capire che i migranti non sono un problema, ma un’opportunità per ritrovare quell’umanità che l’Impero del caos vuole distruggere perché forza residuale di contrasto alla sua asimmetrica espansione.

 

Nella foto: le tre nonne di Lesbo diventate simbolo dell’accoglienza dell’isola, che si sono viste candidare al Nobel per la pace.