Come in cielo

7 aprile 2016

Le sorprese del Cremlino

Luca Marino - Ekaterina Smirnova

L’incontro tra papa Francesco e il Patriarca ortodosso di Mosca e di tutte le Russie Kirill, avvenuto nel febbraio scorso, è stato un passo che ha segnato la storia. Non solo della Chiesa cattolica o di quella ortodossa, ma del mondo; anche se i frutti, come avviene per queste cose, si vedranno solo nel tempo. Un incontro nel quale i due hanno anche firmato una dichiarazione comune che, tra le altre cose, annunciava al mondo la vitalità della fede in Russia.

 

Partiamo da questo avvenimento che ha fatto Storia per raccontare una storia più piccola, con la s minuscola, che però ha un profondo significato per il popolo russo quanto è poco nota al di là dei suoi confini.

 

Una storia che vogliamo iniziare a raccontare a partire della parata militare che lo scorso 9 maggio si è tenuta a Mosca per celebrare il 70° anniversario della vittoria contro il nazismo. Una manifestazione che Vladimir Putin ha voluto più imponente che mai, sia per rilanciare il sogno della Russia come potenza mondiale, sia per mostrare ai suoi nemici, e ne ha tanti a livello internazionale, la forza della nazione (e forse anche per identificare i nemici di allora con quelli attuali; d’altronde la crisi ucraina, nella quale i movimenti neonazisti hanno un ruolo non secondario, gliene ha dato pretesto).

 

All’apertura della manifestazione, il ministro della Difesa Sergey Shoigu, in piedi ed in alta uniforme, uscendo in automobile dalla cittadella del Cremlino verso la Piazza Rossa attraverso il portone principale della torre Spasskaja (torre del Salvatore), si è segnato con il segno della croce, alla maniera ortodossa.

Il gesto ha suscitato un certo scalpore sui media internazionali, ignari della storia russa. Che forse val la pena approfondire.

 

Il Cremlino ha sei portoni e venti torri. Di queste ultime, due affacciano sulla Piazza Rossa: la principale è la citata Spasskaja, la seconda è la torre di San Nicola. Entrambe hanno una porta sormontata da una grande icona, rispettivamente quella del Salvatore e quella di San Nicola, patrono della Russia.

Dal 2010 esse possono essere ammirate in tutta la loro bellezza. Ma non è sempre stato cosi.

 

Prima della rivoluzione del 1917 le due icone erano là dove sono ora da centinaia di anni. In particolare l’icona del Salvatore era considerata, a Mosca come in altre città russe, un presidio a protezione della città. E chiunque attraversasse la porta Spasskaja si segnava con il segno della croce e si toglieva il cappello.

D’altra parte era tradizione e consuetudine del popolo russo segnarsi di fronte alle icone, anche quelle che si trovavano nelle case private, quando ad esempio si andava in visita da un amico.

 

Si narra che quando Napoleone entrò nella cittadella del Cremlino come conquistatore, abbia attraversato la porta senza piegarsi a questa tradizione. Una leggenda molto popolare in Russia vuole che nell’occasione un colpo di vento gli portasse via il copricapo, ricordandogli il questo modo l’antica usanza.

 

Negli anni ’30 il regime bolscevico, nel suo sistematico attacco al cristianesimo, aveva ordinato la rimozione di quelle immagini, ritenute offensive per il nuovo ateismo di Stato. Gli sconosciuti incaricati della distruzione, rischiando in prima persona, realizzarono, con un lavoro sopraffino, un sottile muro protettivo sopra le icone stesse. Così nascoste, poterono rimanere al loro posto, continuando, nel segreto, a vigilare sulla città.

 

L’icona di San Nicola già in precedenza era stata salvata miracolosamente dai colpi dell’artiglieria bolscevica diretti verso il Cremlino: i colpi distrussero tutto intorno lo sfondo dell’icona, ma senza intaccare l’immagine del santo che vi era raffigurata.

 

La stessa icona fu poi protagonista di un’inattesa sorpresa per i nuovi inquilini del complesso, che prima di ordinarne esplicitamente la cancellazione usavano coprire tali immagini con una bandiera rossa. Durante una celebrazione liturgica sulla piazza, nel 1918, all’atto della genuflessione dei fedeli, il vento la liberò dal drappo, tra lo stupore dei fedeli e la confusione dei nuovi detentori del potere.

 

I resti delle due icone non furono mai ritrovati, nonostante il regime avesse ordinato ricerche specifiche. Né sarebbe stato possibile, dal momento che resti non ce n’erano e lo stratagemma attuato per salvarle rimase per decenni un segreto. Solo negli anni 2000 alcune analisi sulla profondità delle nicchie nelle quali queste erano state incastonate ab initio fecero balenare l’idea di come fossero andate realmente le cose…

 

E cosi ora le icone brillano ancora al loro posto, a testimonianza di una fede perseguitata ma non cancellata; e risorta poi sulle macerie del comunismo. E oggi, mentre l’Occidente va perdendo la sua identità sotto l’oscurità dell’impero del caos, quella fede vive un nuovo inizio, che è poi quello che si “augurava” la Madonna a Fatima ormai quasi cento anni fa, pochi mesi prima della rivoluzione russa del 1917.