7 aprile

Trump: la Casa Bianca si allontana

«La rabbia (per essere stati battuti nettamente ieri in Wisconsin da candidati che dovevano essere più deboli) e la speranza (rifarsi tra due settimane a casa loro, a New York) sono le stesse. Ma le prospettive di Donald Trump e Hillary Clinton, i favoriti del fronte repubblicano e di quello democratico per la corsa alla Casa Bianca, sono diverse. Indebolita da una lunga seria di sconfitte […] l’ex segretario di Stato è comunque sempre più vicina al traguardo dei 2.383 delegati necessari per conquistare la nomination»

 

«[…] Tutt’altra musica in casa repubblicana: avesse vinto in Wisconsin, Trump si sarebbe trovato anche lui con la strada aperta verso la conquista del quorum (che nel caso del Grand Old Party è di 1.237 delegati)». Invece il partito repubblicano ha portato «compatto» Cruz e «si appresta a ripetere l’operazione in Indiana». E una sconfitta a Indianapolis «potrebbe essere una sentenza di condanna per la candidatura di Trump il cui sentiero verso la conquista del quorum si fa sempre più stretto». Così Massimo Gaggi sul Corriere della Sera del 7 aprile. Se Trump non raggiunge il quorum, aggiunge il cronista, sarà il Grand Old Party, che lo sta avversando, a decidere il candidato repubblicano.

 

Nota a margine. Quella di ieri appare una svolta: per la prima volta sembra che la corsa di Trump sia davvero finita. 

Dietro questa svolta ce n’é un’altra, passata in secondo piano ma decisiva, quella di Jeb Bush. Il figlio prediletto di George era il candidato del Grand Old Party più inviso ai neocon, che grande influenza hanno nel partito.

 

A differenza del fratello George W. che ne subì la nefasta influenza durante la sua presidenza (e con il quale è facile confondersi), Jeb li aveva sfidati con un programma improntato alla moderazione (ad esempio era l’unico candidato alla Casa Bianca a non aver bocciato in toto l’accordo sul nucleare iraniano stipulato da Obama).

 

Per questo era entrato nel mirino dei neocon e, complice la sua incapacità comunicativa, aveva visto spegnersi lentamente la sua candidatura (invero era nata sotto una cattiva stella: dovette annullare uno dei primi comizi, previsto a Charleston, a seguito di un attentato avvenuto il giorno prima del suo arrivo). 

 

Così è venuto a patti con i suoi veri avversari e, dopo il suo ritiro, Jeb ha annunciato il suo appoggio a Cruz, il candidato repubblicano più caro ai neocon. Un endorsement importante perché, pur se incapace di scaldare il cuore degli elettori, Jeb e la sua famiglia hanno un grande peso all’interno del partito, che ora si sta muovendo compatto per sostenere il crociato evangelico.

 

Non solo. In Florida, Stato del quale è stato a lungo governatore, Jeb ha favorito la Clinton, per la quale batte forte il cuore dei neocon (usi a giocare su più tavoli), favorendo così la sua vittoria contro Sanders.

 

Presidenziali anomale, i neocon hanno buttato tutto il loro peso nella pugna e faranno di tutto per far vincere un loro candidato. La spregiudicatezza di tale ambito rende quel «di tutto» alquanto inquietante.

11 agosto

Uccidere Trump?

per sostenere il piccolenote