Mondo

6 aprile 2016

Giulio e il caos d’Egitto

 

In arrivo, dall’Egitto, un dossier sul caso Regeni ad opera degli inquirenti del Cairo. Secondo Francesca Maria Paci, che ne scrive sulla Stampa del 6 aprile, conterrebbe il nome del responsabile dell’efferato omicidio, ovvero il generale Khaled Shalaby, uno dei responsabili della sicurezza nazionale. Ma in attesa degli sviluppi, e delle carte (tutte ancora da verificare), vale la pena riportare un passaggio dell’articolo del quotidiano torinese:

 

«“al Ahram”, la “Pravda” egiziana, […] alla fine della scorsa settimana ha pubblicato prima un articolo un po’ vago sul possibile coinvolgimento dei servizi e poi (domenica) un editoriale del direttore Mohammed Abdel-Hadi Allam sull’urgenza di risolvere un caso che sta rovinando la reputazione dell’Egitto, danneggiandone i rapporti internazionali e che potrebbe innescare l’”effetto Khaled Said”, l’attivista picchiato a morte dalla polizia di Alessandria nel 2010 trasformatosi in pochi mesi in una delle micce di piazza Tahrir».

 

Nota a margine. Tante anomalie in questa vicenda. Non solo quelle relative ai depistaggi dei quali scrivono i giornali. Oggi anche una lettera anonima, pubblicata da Repubblica, che coinvolge pesantemente il presidente Al Sisi.

 

Di certo i contorni di questa vicenda sono più oscuri di quanto sembrino (ne abbiamo già scritto). E non solo in Egitto. 

Forse per scoprire la verità, quella che tutti attendono, sarebbe probabilmente servito inviare i magistrati italiani oltre che al Cairo anche a Londra. Ad investigare sulle società con le quali collaborava Giulio.

 

In particolare quella Oxford Analitica affollata da ex capi dell’intelligence Usa e britannici. Probabile, come dicono i genitori, che Giulio non fosse dei servizi segreti né italiani né inglesi, ma è possibile anche che sia stato utilizzato a sua insaputa per un gioco più grande di lui. Una pedina sacrificabile o da sacrificare per una posta più alta.

 

Ma al di là dei tanti possibili retroscena sul caso, val la pena scorrere il sito ufficiale della Oxford Analitica.

In uno dei suoi report, la società di analisi spiega come in Medio Oriente, dall’Iraq alla Libia, sia inevitabile la frammentazione degli attuali Stati in entità statuali più piccole, a base etnico-religiosa, de facto indipendenti. 

 

Un processo di frammentazione che, oltre che offrire nuove opportunità di investimenti, per gli esperti di Oxford sarebbe auspicabile perché contribuirebbe a una «de-escalation» dei conflitti attuali.

 

Tesi alquanto bizzarra (in realtà la frammentazione accrescerà a dismisura la conflittualità), che ricalca quella dei neocon americani, che prevede la necessità di ridisegnare il Medio Oriente secondo confini etnico-religiosi. Profezia che si sta avverando da quando gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq…

 

Tra l’altro uno dei fondatori della Oxford Analitica è John Negroponte, ex capo della sicurezza Usa e figura di spicco di tale ambito politico americano.

 

Interessante la notazione riguardante il Cairo, che invece viene indicato come uno Stato che sta tentando di contrastare le spinte disgregatrici, attraverso una «politica repressiva». Quella che oggi viene ribadita su tutti i media dopo il tragico assassinio di Giulio (prima era dipinto come un regime autoritario ma necessario per contrastare le follie islamiste e terroriste). 

 

Val la pena, en passant, far notare che attualmente non esistono spinte disgregatrici riguardo l’integrità dell’Egitto e la notazione ha il sapore di certe profezie che si auto-avverano per induzione esterna.

 

Detto questo, se davvero l’omicidio del ricercatore italiano innescherà una nuova piazza Tharir, forse sarebbe necessario rammentare quanto successe allora: iniziata come una rivoluzione per la democrazia, fu poi sequestrata dalla Fratellanza musulmana che instaurò nel Paese il terrore di Stato, al quale l’attuale regime militare, con tutti i limiti e le ambiguità del caso, ha messo fine. Val la pena ricordarlo per non ripetere gli errori del passato.