2 aprile

Quale futuro per Iraq e Siria?

Kurdish Peshmerga fighters pose for a picture during a break in fighting against Islamic State (IS) group on November 8, 2014 in the Syrian besieged border town of Ain al-Arab (known as Kobane by the Kurds). US-led air strikes hit jihadist positions in the north and east of Syria, including an oil field, the Syrian Observatory for Human Rights said. AFP PHOTO / AHMED DEEB (Photo credit should read AHMED DEEB/AFP/Getty Images)

Non esiste una «soluzione militare» alla questione dell’estremismo islamico, del quale l’Isis è la rappresentazione più mostruosa. È quanto si legge in un articolato editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 2 aprile. Che spiega come un’eventuale vittoria sul piano militare contro l’Isis non basterà a chiudere la partita: «Alla sconfitta militare dello Stato islamico dovrà accompagnarsi una conferenza di pace, presenti tutte le potenze interessate, che dia vita, sulle ceneri del vecchio Iraq e della vecchia Siria, a nuove organizzazioni statali (rispettivamente dei sunniti, degli sciiti e dei curdi) e a nuovi confini.

E sapendo comunque nella futura carta geopolitica del Medio Oriente, se si formeranno, come è probabile, Stati mono-religiosi o mono-etnici, non ci sarà spazio, purtroppo, per altre minoranze, cristiani in testa. L’Europa dovrà allora accoglierli con la necessaria generosità».

Nota a margine. Panebianco ha il dono di parlare chiaro. Quello della ripartizione di Iraq e Siria secondo confini etnici o religiosi è una vecchia idea dei neocon (ne abbiamo accennato più volte). Un progetto che avrebbe dovuto compiersi per via militare, tale il motivo del sostegno delle «potenze interessate» ai vari movimenti jihadisti che hanno portato l’orrore in Iraq e Siria (e in Europa). Si parla di Arabia Saudita, Turchia, ma anche di influenti ambiti interni a Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti e altri.

L’imprevisto intervento militare russo ha fatto fallire l’opzione militare. Ora sembra si voglia provare attraverso la via diplomatica: le stesse «potenze interessate» spingeranno in tal senso al tavolo dei negoziati, almeno questa è la tesi di Panebianco.

Invero non si capisce a cosa siano davvero «interessate» tali potenze: se al petrolio sul quale galleggiano i due Stati o all’influenza che potranno avere sui micro-stati che nasceranno da tale frammentazione. 

Ma al di là, si nota lo strano rovesciamento della dottrina neocon, un tempo basata sull’idea di esportare la democrazia a suon di bombe: nel caso specifico i principi fondanti della democrazia, ovvero il rispetto della sovranità e della volontà popolare, non sono neanche presi in considerazione.

Val la pena, infine, ricordare come, nel dicembre del 2015, l’Onu ha votato una risoluzione nella quale ribadiva «il suo forte impegno per la sovranità, l’indipendenza, l’unità e l’integrità territoriale della Repubblica araba siriana». C’è un modo di arginare la follia del caos ed è quello di rispettare la legalità internazionale, della quale le Nazioni Unite dovrebbero rappresentare un punto di riferimento.

Diversa e altrettanto bizzarra la soluzione prospettata per le minoranze cristiane: si prevede una loro deportazione (soft) di massa, a prescindere dalla loro volontà e da quella delle popolazioni dei futuri (ed eventuali) micro-stati nati da tale frammentazione.

Tra le aspirazioni dei vari movimenti jihadisti, sostenuti, finanziati e armati dalle «potenze interessate», c’era anche questa: un Medio Oriente svuotato dalla presenza cristiana.

Tra l’altro restano fuori le altre minoranze – ad esempio gli yazidi massacrati dall’Isis – escluse dal “generoso” abbraccio europeo: le mandiamo al Polo?

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