Postille

1 aprile 2016

Brasile: se cade Dilma

La mani pulite brasiliana rischia di travolgere il presidente Dilma Roussef, dopo aver abbattuto, anche se non è ancora  finita, Lula da Silva. Succeduta alla guida del Brasile al leader carismatico del Partido de los Trabajadores, anche Dilma, il cui mandato scadrà nel 2018, sta avendo le sue pene. Per lei infatti si sta approntando la procedura di impeachement: secondo l’opposizione avrebbe falsificato il bilancio dello Stato.

 

Partita a scacchi quella che si sta giocando nello Stato carioca. Da tempo l’opposizione agita le piazze contro il Pt, che a sua volta risponde riempiendo analoghi spazi. Ma da alcuni mesi è la magistratura ad aver aperto le danze. Subito dopo aver espresso la volontà di candidarsi alle prossime presidenziali, Lula è stato inseguito dalle inchieste giudiziarie, rilanciate dopo il suo annuncio ufficiale.

 

Messo alle corde, Lula ha provato a sottrarsi all’inchiesta, e a un più che possibile arresto, grazie all’appoggio della compagna di partito Dilma, che lo ha nominato ministro. Nomina però successivamente sospesa dalla Corte suprema.

 

Così mentre il cappio intorno a Lula sembra stringersi, anche se la stessa Corte Suprema ha poi sottratto il suo caso alla magistratura ordinaria per avocarlo a sé, Dilma deve combattere per la propria sopravvivenza politica tentando di arginare la corsa verso l’impeachement.

 

La lotta politica carioca, della quale partecipa la magistratura (o parte di essa), si intreccia con le tante vicissitudini infauste che hanno messo alle corde la dirigenza del Paese, che sta vivendo un momento di regressione economica drammatico quanto drammatizzato da opposizioni interne e internazionali.

 

L’ultima disgrazia ad abbattersi su Dilma è stato il virus zika, che sta mettendo a rischio la partecipazione di diverse squadre alle Olimpiadi brasiliane che si terranno in estate, sulle quali il presidente ha puntato tutto: non solo in termini di immagine, ma anche di ritorno economico.

 

Un virus che partecipa delle drammatizzazioni di altre presunte epidemie del passato, come ad esempio l’influenza aviaria, che mise in ginocchio la Cina nonostante in realtà le vittime del morbo si potessero contare sulla punta di due mani (ne uccide infinitamente di più l’influenza).

 

Ma tant’è: il momento che vive il Brasile è questo, e mentre la tensione sale al massimo nei luoghi di potere come nelle piazze, la possibilità di una caduta rovinosa dell’attuale dirigenza si fa sempre più possibile.

Ma per capire cosa sta avvenendo serve allargare lo sguardo: la cronaca politico-giudiziaria rischia di ridimensionare un fenomeno che è invece epocale.

 

C’erano state le dittature militari in Sud America. Che avevano seminato il terrore: la repressione attuata non si limitava a eliminare oppositori e indesiderati, ma era appunto studiata per creare paura allo scopo di tenere soggiogata la popolazione civile. C’erano anche studi in proposito: se si creava più paura uccidendo una persona o facendola sparire per sempre; oppure facendone ritrovare il corpo scempiato dalle torture.

Il terrorismo ha tanti metodi e tante applicazioni, non è certo nato con l’Isis. E quello sudamericano si è avvalso di esperti del settore: tanti i nazisti rifugiati in sudamerica…

 

La paura aveva generato reazione. E nel tempo, anche grazie a circostanze internazionali favorevoli, i popoli sudamericani si erano liberati dal giogo, premiando figure e forze politiche che a quelle dittature avevano tentato di far argine. Il motto con il quale Lula aveva salutato il suo primo  mandato da presidente era stato appunto: «La speranza ha vinto la paura». Non era solo uno slogan.

 

Hugo Chavez in Venezuela, Lula (e poi Dilma) in Brasile e Nestor Kirchner (e poi la moglie Cristina) in Argentina avevano creato un asse asimmetrico che aveva portato aria nuova nel Continente, al di là del giudizio che se ne può avere. Le economie nazionali erano state rilanciate, come anche la cooperazione tra Stati latinoamericani attraverso il Mercosur, un partneriato nato al fuori dell’influenza degli Stati Uniti.

 

Ora il vento sembra essere cambiato. L’asse portante di quella stagione più o meno felice è stato poco a poco destrutturato: dopo l’arretramento dello chavismo, con la sconfitta di Maduro alle ultime elezioni politiche, è toccato alla Kirchner passare la mano. E ora sembra che tocchi al Brasile archiviare il Pt e i suoi leader.

 

Un vento di destra soffia sul continente, favorito anche dal fatto che le nuove generazioni non hanno conosciuto la dittatura e non temono il ritorno di quegli orrori. Anche perché la moderna destra latinoamericana ha volti meno arcigni e spietati del passato e sa sfruttare gli errori dei suoi avversari, che certo non hanno saputo essere all’altezza del compito loro assegnato dalla storia.

 

C’è chi ipotizza che le manifestazioni di piazza abbiano anche una connotazione diversa dalla spontaneità, che cioè ci si trovi di fronte a qualcosa di simile alle rivoluzioni colorate sostenute dal Dipartimento di Stato americano nei Paesi dell’Est Europa e altrove. Almeno queste sono le accuse reiterate dagli esponenti chavisti e altri.

 

Ma al di là di possibili influenze esterne, che certo non mancano data la vicinanza degli Stati Uniti e gli inevitabili intrecci finanziari tra Sud e Nord America, resta che le destre latinoamericane hanno un seguito popolare impossibile solo cinque anni fa.

Questo lo scenario nel quale si sta consumando la drammatica sfida carioca. Che ha però anche un’altra valenza, non meno importante.

 

Il Brasile è uno dei fondatori dei Brics insieme a Russia, Cina, India e Sudafrica: un’organizzazione economico-finanziaria nata di fatto in contrapposizione agli istituti finanziari globali quali il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale. Che avrebbe dovuto creare un’alternativa di sviluppo diversa per i Paesi membri e i loro partner.

 

Se Dilma cadesse e il Paese virasse verso gli Stati Uniti dopo anni di lontananza, i Brics, nel cui ambito si era anche sognata la de-dollarizzazione (l’instaurazione di scambi commerciali al di fuori del dollaro), rischiano di restringere i propri confini all’Asia, quindi di diventare, almeno in prospettiva, irrilevanti a livello globale.

 

Cosa ancora più probabile se la stessa sorte avvenisse nell’ambito sudafricano: ieri il presidente Jacob Zuma, lo zulu salito al potere sull’onda lunga del contrasto all’Apartheid, è stato condannato dalla Corte Suprema per l’indebita ristrutturazione di una sua residenza privata. Condanna che apre anche per lui le porte di una possibile procedura di impeachement.

 

In un mondo globale le vicende locali hanno rilevanza globale. Così quel che accade a Brasilia o a Pretoria ha un peso che va al di là dei ristretti confini nazionali.

 

Nella foto: foto di gruppo dei leader dei Brics.