Mondo

31 marzo 2016

Intervento in Libia: una tragica follia

«È giunto il momento di dirlo nella maniera più esplicita: sarebbe un grave errore, in un contesto come l’attuale, inviare migliaia, anzi decine di migliaia di soldati in Libia solo perché ce lo ha chiesto un governo insediato all’uopo. La presenza di quei militari getterebbe una pesante ombra di ulteriore discredito sul già delegittimato governo libico e, anziché debellarla, rischierebbe di rafforzare la presenza Isis che fa capo alla città di Sirte».

 

«La benedizione dell’Onu non sarebbe sufficiente a trasformare tale esecutivo in qualcosa di diverso da un “governo fantoccio”. E non esistono precedenti storici di governi di tal fatta che non abbiano aggiunto caos al caos e non abbiano trascinato nel baratro coloro che li avevano istituiti». Inizia così l’editoriale del Corriere della Sera del 30 marzo a firma Paolo Mieli che, nel proseguire il suo scritto, ripercorre l’oscura vicenda del governo fantoccio di Nguyen Cao Ky nel Vietnam del Sud.

 

Salito al potere grazie a un colpo di Stato appoggiato dagli Stati Uniti, il suo governo diede inizio alla guerra del Vietnam (d’altronde per Mieli era stato creato per questo scopo), spalancando le «porte ai consiglieri militari statunitensi che nel 1969 arrivarono ad essere 550mila». La storia di Nguyen Cao Ky «è paradigmatica di tutte le leadership imposte dall’esterno per rendere più agevole un intervento militare». Oggi, secondo Mieli, è la volta della Libia, dove il governo fantoccio di Fayez Serraj, designato dall’Onu sotto la pressione degli Stati Uniti, trova resistenze interne fortissime, oltre a essere insidiato dall’assertività dell’Isis, che dopo esser stato ridimensionato in Siria dalla campagna militare russa, ha scelto questo nuovo teatro di guerra per dispiegare la sua azione.

 

Nota a margine. Osservazioni condivisibili. Vicenda complicata: la spinta per un intervento militare in Libia da parte degli ambiti neocon Usa è fortissima. E gli interventisti nostrani ne parlano con una leggerezza più che preoccupante: come se un intervento militare di questo genere si possa risolvere con l’invio di qualche fantaccino.

 

L’esempio del Vietnam evocato da Mieli è più che significativo: un conflitto libico, al quale parteciperebbero oltre l’Isis anche Boko Haram, che tanti orrori sta portando in Nigeria, e gli altri movimenti jihadisti all’intorno, potrebbe comportare anni di guerra, migliaia di vittime militari oltre a precipitare l’Italia nel baratro di un clima di tensione paragonabile a quello degli anni ’70, con attentati a ciclo continuo.

 

Un conflitto, tra l’altro, che rischia di estendere l’area di destabilizzazione nel Nord Africa mettendo a repentaglio la stabilità e l’esistenza stessa di Stati come la Tunisia, il Ciad, la Nigeria, il Mali e lo stesso Egitto, che già faticano a contenere le spinte eversive dei movimenti jihadisti che ne incalzano i più o meno fragili governi.

 

Il caos che si verrebbe a creare alla lunga rischierebbe di uscire da ogni possibilità di controllo, con conseguenze tragiche per tutta l’Europa. Le fiamme dell’incendio che divamperebbe in Nord Africa non ne lambirebbero solamente i confini meridionali. 

 

Essere contrari a questo intervento non è semplice pacifismo, come sbrigativamente viene liquidata la questione dai guerrafondai de’noantri, ma è lucido argine a una tragica follia.