17 marzo

Jesse Owens: l’amicizia vale più dell’oro

Autori vari

jessie-owens-luz-longIl 2016 è anno olimpico; le Olimpiadi sono la celebrazione somma dello sport, alla quale partecipa tutto il mondo. Spesso capita di commuoversi durante la sfilata degli atleti alla cerimonia inaugurale, dove, accanto alle grandi nazioni che schierano plotoni di sportivi e grandi nomi, sfilano le piccole rappresentanze per le quali partecipare è già una vittoria.

Una storia olimpica notissima è quella di Jesse Owens, il “Fulmine d’ebano” che vinse 4 medaglie d’oro alle Olimpiadi di Berlino, nel 1936, al cospetto di Hitler, sconfiggendo, davanti al mondo, con le sue gesta atletiche, la politica della superiorità della razza, che proprio quei giochi avrebbero dovuto celebrare nella maestosità degli impianti progettati dall’architetto del regime, Albert Speer.

L’occasione per raccontare ancora una volta di uno dei più grandi campioni dell’atletica leggera nasce dall’imminente uscita di un film a lui dedicato: Race – il colore della vittoria che si ispira all’autobiobrafia dell’atleta, The Jesse Owens Story, dove ha smentito in parte la storia consegnata alla leggenda.

Si è detto, infatti, che il Fürher, di fronte alle sue vittorie, avesse abbandonato le tribune per non essere costretto a stringergli la mano. Jesse Owens ha invece smentito il particolare: è invece rimasto, subendo così fino in fondo l’umiliazione della sua dottrina razziale.

Una vittoria, quindi, che ha superato il mero dato sportivo per essere consegnata alla storia. Le fotografie di Owens sul podio di Berlino fecero il giro del mondo e sarebbero diventate negli anni un’icona mondiale contro ogni fascismo e nazismo.

Ma nelle memorie di Owens c’è anche il grande disappunto per la reazione del Presidente americano alle sue vittorie.

Franklin Delano Roosevelt, infatti, non volle riceverlo alla Casa Bianca, nel timore che la presenza dell’atleta nero potesse fargli perdere parte dell’elettorato dei bianchi e così pregiudicare la campagna elettorale in corso.

Ma non fu solo il Presidente di allora a snobbare quello che sarebbe stato ricordato come uno dei più grandi atleti della storia degli Stati Uniti d’America.

La sua nazione, infatti, ne riconobbe tardi la grandezza, tanto che, reduce dai trionfi di Berlino, per sopravvivere dovette accettare lavori di ogni genere, compreso l’inserviente presso una pompa di benzina.

James Cleveland Owens, nato in Alabama il 12 settembre 1913, crebbe nell’America della grande depressione, ancora più dura per chi aveva la pelle nera come lui.

Aveva la passione per la corsa e, nel 1935, dimostrò quanto valeva: in 45 minuti realizzò quattro record del mondo in altrettante discipline.

L’anno dopo, il regime nazista aveva organizzato gli Undicesimi giochi dell’era moderna, nell’intenzione di celebrare la propria apologia.

Quelle di Berlino furono tra l’altro le prime olimpiadi trasmesse in televisione. Le prime olimpiadi globali, potremmo dire per usare un termine moderno.

Tanto che fu introdotto anche un cambiamento spettacolare, che sarebbe rimasto nella storia olimpica: per la prima volta si vide il tedoforo accendere la fiaccola in apertura dei giochi.

Tutto, insomma, era pronto per celebrare il regime, ma il Fulmine d’ebano stupì tutti. Vinse quattro medaglie d’oro (un’impresa eguagliata soltanto nel 1984 a Los Angeles da Carl Lewis): nei 100 e 200 metri piani, nel salto in lungo e nella staffetta 4×100.  

In quest’ultima gara dimostrò tutta la sua grandezza di uomo. Dopo aver portato la sua squadra alla gara finale, avrebbe voluto farsi da parte lasciando il posto a un compagno perché anche lui avesse la gioia di vincere una medaglia.

Di altro avviso furono i dirigenti della federazione sportiva americana, che lo costrinsero a correre.

Ma la gara che avrebbe segnato per sempre la sua vita fu quella del salto in lungo, che gli regalerà, oltre l’oro, un’amicizia che avrebbe segnato la sua vita.

Il giorno fissato per la finale di quella disciplina era il 4 agosto 1936. Favorito era un atleta tedesco, con tutte le caratteristiche fisiognomiche adatte a dimostrare la supremazia della razza ariana: alto, biondo e con gli occhi azzurri.

Carl Ludwig Long, detto Luz, aveva vinto la medaglia di bronzo agli europei del 1934 e aveva battuto per ben due volte il record olimpico della disciplina. Era lui, quindi, uno degli atleti sui quali puntava Hitler e lo sport tedesco per portare a casa una medaglia certa.

La gara iniziò male per Owens: due salti nulli. Il terzo lo avrebbe eliminato, sancendo la vittoria del suo avversario.

Fu allora che accadde l’imprevisto: prima del terzo salto, Long si avvicinò a Jesse e gli disse: «Uno come te dovrebbe essere in grado di qualificarsi ad occhi chiusi».

Non solo: conoscendo la pedana meglio dello statunitense, gli indicò anche dove staccare per fare un salto più lungo.

Ed il salto di Owens fu lunghissimo: 8 metri e sei centimetri. La medaglia d’oro andò a lui, Luz si era fermato a 7 metri e 87 centimetri.

Quel giorno divennero amici, un’amicizia della quale Owens dirà in futuro: «Si potrebbero fondere tutte le medaglie che ho vinto, ma non si potrebbe mai riprodurre l’amicizia a 24 carati che nacque sulla pedana di Berlino».

Dopo i giochi, tra i due iniziò una fitta corrispondenza, che nemmeno la guerra interruppe. All’inizio del conflitto, il tedesco era stato esonerato in quanto atleta internazionale. Ma il prolungarsi della guerra e l’allargamento della leva portarono anche lui al fronte.

Divenuto ufficiale della Luftwaffe, Long fu mandato in Sicilia. Fu dall’isola italiana che, in occasione della nascita del suo primogenito, scrisse a Owens: «Dopo la guerra vai in Germania, ritrova mio figlio e parlargli di suo padre. Parlagli dell’epoca in cui la guerra non ci separava e digli che le cose possono essere diverse fra gli uomini su questa terra. Tuo fratello, Luz».

Luz Long fu ferito a Gela il 10 luglio 1943. Morì dopo quattro giorni di agonia, a trenta anni. Il suo corpo fu gettato in una fossa comune insieme a tanti suoi commilitoni, nel più completo anonimato. Jesse Owens mantenne la sua promessa, andò in Germania ed incontrò il figlio di Luz, partecipando anche alle sue nozze.

Il Fulmine d’ebano morì di cancro il 31 marzo del 1980. Nel 1984 la città di Berlino gli ha dedicato una strada. Nel suo Paese, gli Stati Uniti, gli furono assegnate, nel 1974 la Medaglia Presidenziale della Libertà e nel 1990, postuma, la Medaglia d’oro del Congresso.

Ma, come ha detto Jesse, nessuna medaglia può eguagliare il valore di una vera amicizia.

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