Postille

23 febbraio 2016

Un “fragile spiraglio di pace” per la Siria

Così il 27 febbraio dovrebbe iniziare la fine della guerra in Siria. L’annuncio è stato dato attraverso un comunicato congiunto dal Capo del Dipartimento di Stato Usa John Kerry e dal suo omologo russo Sergei Lavrov. E forse è questo il punto più importante della vicenda: l’accordo è tra Russia e Stati Uniti, contro il parere degli altri attori di questa guerra mondiale in scala locale.

 

Anzitutto turchi e sauditi (e i loro alleati del Golfo), che scalpitano per un attacco di terra che produrrebbe una perigliosa escalation. Ma anche Inghilterra e Francia, che stanno ripetendo in Siria quel che avvenne nella guerra per il canale di Suez contro Nasser, quando il loro attivismo bellico fu frenato da una ferma presa di posizione di Washington (nel caso specifico Londra e Parigi si sono limitate ad appoggiare il regime-change fornendo supporto alle milizie anti-Assad; ma non sono mancati sul terreno istruttori e forze speciali).

 

D’altronde per Francia e Gran Bretagna l’interesse per il Mediterraneo non è solo un obsoleto retaggio coloniale. C’è in gioco un posto al sole nel complesso e interessante crocevia mediorientale e l’accesso alle risorse energetiche locali.

 

Come fuori da questo accordo è la povera Merkel, che nel tentativo di contenere il flusso di migranti che la sta travolgendo si è schiacciata sulle posizioni turche. Esempio eclatante della tragedia in cui versa l’Europa, che ha consegnato la leadership a una Germania la cui ossessione è mettere ordine nel suo giardino privato anche a costo di contribuire attivamente al collasso di tutto quel che gli sta intorno (un collasso che ovviamente non risparmierebbe il suo bel giardino).

 

Tutti questi attori, e altri più o meno secondari, sono ora chiamati a fare i conti con l’accordo di massima tra Stati Uniti e Russia. La reiterazione dell’esito del conflitto per il canale di Suez è resa più difficoltosa dalla variabile turco-saudita. Ma anche dalla complessa situazione americana, dove l’amministrazione deve fare i conti con l’influente partito bellicista, che va dai liberal clintoniani ai neocon repubblicani, come anche dall’incertezza delle presidenziali Usa.

 

Infatti, se la campagna per le presidenziali indicherà candidati favorevoli al regime-change in Siria sarà difficile per l’attuale amministrazione tenere la barra dritta sul compimento di tale accordo. Ad oggi un negoziato vero non può essere senza Assad, la Russia non lo permetterebbe. E il mattatoio Siria continuerebbe a produrre a pieno ritmo.

 

Il fatto che la «cessazione delle ostilità» dovrebbe partire a ridosso del Supermartedì, giorno cruciale per le presidenziali in quanto i candidati dei due partiti dovranno passare al vaglio di tanti Stati importanti, rende tutto più vago e sospeso. Il Supermartedì, infatti è fissato per il 1 marzo, quattro giorni dopo l’avvio delle “operazioni di pace”.

 

Resta un «spiraglio di speranza», stupenda definizione dell’accordo data dal segretario dell’Onu Ban Ki-moon. Che le forze del caos hanno salutato a loro modo: sei attentati in Siria, tra Homs e  Sayyidah Zaynab: quasi centocinquanta morti e ancor più feriti. Nessuna utilità militare né pratica in queste stragi: solo un orrendo sacrificio umano al venerato dio del Caos.

 

Per inciso, questi attentati hanno fatto più vittime delle stragi di Parigi. Ma su nessun social network si è ripetuto quanto avvenne allora, quando la frase Pray for Paris inondò il mondo di commozione. Così, nel nostro piccolo, vogliamo accomunare le vittime di allora a quelle di oggi. E oggi come allora, Pray for Syria.

Invocazione inutile, senza alcuna utilità militare o pratica, e però indirizzata altrove. Questa guerra, in fondo, si gioca anche su questo livello. Come ben sanno gli adoratori del Caos e i loro supporter internazionali che stanno inondando il mondo di sangue.