20 febbraio

Le troppe ambiguità del conflitto siriano

Syrians within a group of refugees wait near the Turkish-Syrian border after fleeing Syria, near Sanliurfa, Turkey, 21 September 2014. Nearly 100,000 Syrian Kurds fleeing the Islamic State militant group have crossed into Turkey in the past three days, a UN official said.  ANSA/ULAS YUNUS TOSUN

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu, convocato da Mosca, ha respinto la richiesta russa tesa a garantire l’integrità del territorio siriano. Una richiesta volta a disinnescare la possibilità di un intervento turco (o turco-saudita) nel Paese limitrofo. A votare contro Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Spagna, Nuova Zelanda e Ucraina.

L’Occidente continua in questo modo a manifestare tutta la sua ostilità all’intervento russo in Siria e, di fatto, a rifiutare convergenze virtuose.

Il fragile accordo raggiunto a Monaco, che sembrava preludere a una cessazione delle ostilità, diventa così ancora più aleatorio, nonostante sul piano umanitario qualcosa si sia mosso (in alcune aree sono giunti gli aiuti).

In questo modo la situazione sul terreno resta a rischio escalation. In particolare dopo i due attentati che hanno scosso la Turchia, ad Ankara e Diyarbakyr. Stragi che Erdogan ha buttato sul tavolo del complesso gioco siriano per ribaltarlo.

Da tempo Erdogan tenta di giustificare il suo intervento in Siria come necessario per contrastare l’attività terroristica dei curdi. Ma a oggi i suo sforzi sono frenati dal fatto che questi si sono dimostrati dei validi oppositori dell’Isis. Cosa che gli ha guadagnato non solo un rapporto privilegiato con Mosca, ma anche il favore degli Stati Uniti.

Infatti, Washington non solo ha fornito sostegno militare ai miliziani del Pyd (partito dell’unione democratica curda, attivo in Siria), ma ha anche annunciato la cancellazione di tale movimento dalla lista nera delle organizzazioni terroristiche. Cosa che ha suscitato l’ira funesta del presidente turco (ne abbiamo scritto in una Postilla).

Un fragile argine che rischia di essere travolto dall’onda d’urto delle bombe scoppiate in Turchia. Erdogan ha subito accusato il Pyd, con lo scopo neanche troppo velato di far recedere l’amministrazione Usa dal suo nuovo atteggiamento verso il Pyd. Non solo: la pistola fumante offre ad Ankara la giustificazione che cercava per intervenire in Siria.

Un’invasione di terra è questione complicata, dal momento che rischia di provocare la reazione russa, ma non impossibile. Né sarà sufficiente a evitarla la pur apprezzabile presa di posizione della Nato, che per bocca del ministro degli Esteri del Lussemburgo, Jean Asselborn, ha ricordato al suo bellicoso membro che l’Alleanza Atlantica ha uno scopo difensivo e quindi non sarà al suo fianco nel caso di un attacco diretto contro i russi.

Un freno aggirabile: basta che i turchi attacchino solo i curdi. Nel caso probabile in cui ciò provocasse un intervento russo a difesa degli stessi, e dell’integrità del territorio siriano, per la Nato sarà difficile (o forse facile) dirimere se Erdogan sia aggressore o aggredito.

Così torniamo ai due attentati avvenuti in Anatolia. Il presidente turco, abbiamo accennato, ha accusato il Pyd (e i loro alleati del Pkk, il partito comunista curdo), i quali hanno respinto le accuse.

Il giorno dopo, però, è giunta la rivendicazione ad opera del Tak (i falconi per la libertà dei curdi). Una sigla che diversi analisti, e le autorità turche, associano al Pkk.

In realtà il Tak da tempo è in rotta di collisione con il Pkk, dal quale pure è nato. Li distinguono i metodi di lotta: il Tak ha rotto con il Pkk proprio perché giudicato troppo moderato. Il Pkk, infatti, in passato ha accolto le finestre negoziali offerte dalle autorità turche. Significativo a tal proposito quanto avvenne nel 2010 quando, in una di tali occasioni distensive, condannò alcuni attentati del Tak bollandoli come un tentativo di azzerare i tentativi per arrivare alla pace.

E oggi come allora, a quanto pare, l’azione del Tak sembra disegnata apposta per far precipitare la situazione. Né la repressione dura e indiscriminata operata dalle autorità turche nei confronti dei curdi, in patria e all’estero, favorisce una condanna pubblica del Pyd contro i loro più bellicosi cobelligeranti. Rischiano di apparire conniventi con l’oppressore agli occhi del loro popolo.

Un garbuglio inestricabile operato da menti obnubilate dall’odio (o raffinatissime).

D’altronde il disperso popolo curdo è ambito complesso e frammentato. Basti pensare anche ai tanti attriti, e conflitti, tra il Pyd e il Pdk (partito democratico del kurdistan) guidato da Ma’asud Barzani, il presidente del Kurdristan iracheno legato a doppio filo all’Occidente e a Israele.

Ma tra i misteri dolorosi di questa vicenda ci sono anche le pubbliche accuse delle autorità turche le quali non solo hanno puntato subito il dito contro il Pyd, ma hanno indicato anche l’autore dell’attentato: un curdo siriano di nome Salih Necar. Nella sua rivendicazione, il Tak ha reso il suo funesto onore al vero autore della strage, tal Zinar Raperin.

Una sconfessione che rivela la strumentalità delle accuse di Ankara e ne smaschera la fretta “interventista”.

Insomma, sono tanti i misteri del conflitto che sta incendiando il Medio Oriente. Ma forse il più imperscrutabile riguarda l’atteggiamento dei Paesi occidentali che ieri, per paura di dare un vantaggio ai russi, hanno respinto una mozione che avrebbe potuto sbarrare definitivamente la strada a un intervento turco in Siria.

A quanto pare non è solo la Turchia ad anteporre i propri interessi geopolitici alla pace globale.

Nella foto: rifugiati al confine tra Siria e Turchia

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