18 febbraio

Gli attentati in Turchia e l’assertività di Erdogan

Diyarbakir, venerdì 5 giugnoAutobomba ieri ad Ankara: ventotto morti. Oggi una nuova strage a Diyarbakyr, altre sette vittime. Una escalation di sangue che le autorità turche hanno attribuito a terroristi curdi. «A chi giova» questa escalation? È la domanda che si pone Antonio Ferrari sul Corriere della Sera del 18 febbraio, accennando alla vanità della stessa.

E spiega nella conclusione dell’articolo: «Il presidente Erdogan ha i suoi guai interni, e per attenuarne l’impatto potrebbe favorire crescenti e pericolose frizioni tra la Nato e la Russia. Il suo primo ministro Ahmet Davutoglu, a caldo, ha detto che si tratta di un atto di terrorismo, e su questo nessuno può dargli torto. Di sicuro, l’attentato, per gran parte dell’opinione pubblica, ripropone l’incubo di tanti anni fa e, in sostanza, può favorire la tenuta del governo che usa sistemi assai discutibili ma che ha calamitato accanto agli islamo-conservatori dell’Akp il sostegno di un segmento importante delle forze nazionaliste».

Nota a margine. I curdi hanno smentito la paternità degli attentati. Ma l’ira funesta di Ankara non sembra placarsi. Val la pena accennare che i curdi non hanno alcun giovamento da tali stragi, dal momento che la loro lotta contro l’Isis in Iraq e Siria ha trovato unanime riconoscimento a livello internazionale. Tanto che il Dipartimento di Stato americano ha annunciato l’esclusione del Pyd (partito dell’unione democratica curda) dalle liste delle organizzazioni terroristiche. 

Inoltre tali attentati avvengono proprio mentre cento membri nel Parlamento europeo hanno avviato una raccolta di firme per togliere tale marchio d’infamia anche al Pkk (partito comunista curdo, collegato al Pyd).

Val la pena accennare come negli ultimi giorni Ankara ha rafforzato i suoi sforzi contro i curdi in Siria con bombardamenti aerei e di artiglieria. Frenando la vittoriosa offensiva curda contro le formazioni jihadiste che hanno seminato il terrore nel Paese.

Le stragi di questi giorni potrebbero provocare un intervento diretto delle forze militari turche nel conflitto siriano in funzione anti-curda. Con il rischio di un confronto diretto con la Russia – come accenna anche Ferrari nel suo scritto. La comunità internazionale è chiamata a porre un freno a questa follia.

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