Riquadri

16 febbraio 2016

Adrian Ghenie, girasoli

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Adrian Ghenie è una delle rivelazioni artistiche degli ultimi tempi.  È nato in Romania nel 1977 e si è diplomato all’Accademia di Cluj, che in questi anni è una delle fucine più interessanti di talenti in Europa. Ghenie è pittore e in un momento in cui i “pittori” sono abbastanza marginali nel panorama artistico è già una piccola notizia.

 

Personalmente l’ho scoperto all’ultima Biennale di Venezia dove esponeva nel Padiglione della Romania, che grazie a lui ricordo come il Padiglione più bello delle kermesse veneziana.  Ma Ghenie è salito di nuovo alla ribalta perché la settimana scorsa una sua tela è andata all’asta da Sotheby’s a Londra facendo un risultato clamoroso: quasi 4 milioni di euro, da un valore di partenza dieci volte inferiore.

 

Ma la notizia non è questa. La notizia vera è che quel quadro dell’artista rumeno aveva davvero qualcosa di clamoroso: è uno di quei quadri che ti fanno fare un balzo appena ti si presentano davanti agli occhi. Il soggetto aveva qualcosa di familiare, perché richiamava fortemente i Girasoli di Van Gogh, con il loro giallo abbagliante. Ma le dimensioni risultavano del tutto anomale: infatti si poteva notare che era nettamente più grande del battitore d’asta che stava davanti.

 

Ad un’osservazione più circostanziata si scopre che la tela misura in effetti 2,80 per 2,80, che la parte bassa del quadro è citazione esplicita di Van Gogh con il vaso dalla forma panciuta e la linea di separazione nettamente tracciata tra piano d’appoggio e muro. La differenza sostanziale sta nella parte alta dell’opera, dove Ghenie ha quasi fatto esplodere i fiori, trasformando l’immagine in vera deflagrazione di forme e di colori.

 

Il quadro è potente, drammatico,  inquieto ma insieme anche capace di restituire una sensazione intensa di bellezza.  È dipinto con grande abilità, ricorrendo anche a tecniche antitetiche a quelle di Van Gogh, con colore steso piatto ed effetti cangianti. Ma soprattutto è un quadro che riempie di stupore perché inaspettato. Se è così (e penso che sia così per chiunque se lo trovi davanti per la prima volta), è interessante notare come oggi l’inaspettato si generi da un “già visto”: in questo caso il “già visto” di Van Gogh.

 

Si potrebbe ragionare a lungo su questa condizione ancillare della pittura di oggi. A noi bastano due piccole conclusioni. La prima: che un quadro così è la migliore testimonianza di quanto sia vitale la grandezza di Van Gogh (a dispetto di tutte le letture depressive che si fanno di lui). La seconda: che la pittura oggi per non soccombere deve sempre avere anche un’energia concettuale.  Come accade ad Adrian Ghenie, che in fondo non ha inventato niente ma ha fatto semplicemente il quadro di un quadro.  

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