12 febbraio

Siria: fragile spiraglio di pace da Monaco

130508153130-john-kerry-sergei-lavrov-story-topSiria: c’è la prima intesa per tentare un cammino di pace. A Monaco di Baviera, sotto la spinta di Stati Uniti e Russia, i tanti Paesi coinvolti in questo conflitto maledetto hanno trovato un accordo per dare inizio a un itinerario che porti alla pacificazione. Un percorso a tappe che prevede entro una settimana la fine delle ostilità più importanti che poi andrebbe a estendersi progressivamente a tutto il territorio. E, da subito, l’invio di aiuti umanitari ai rifugiati.

Un’intesa fragile, che può essere mandata all’aria in ogni momento dalle tante spinte centrifughe che imperversano sul campo di battaglia e sul tavolo dei negoziati, e però sembra che si sia aperto uno spiraglio.

A far convergere verso questo passo diversi fattori: anzitutto la nuova situazione sul piano militare. L’accerchiamento di Aleppo e la conquista dell’aeroporto da parte delle truppe siriane e dei loro alleati non consente alcuno scampo alle forze jihadiste asserragliate in città.

Come scrive Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera del 12 febbraio: «Washington, assieme agli alleati occidentali e il fronte arabo sunnita guidato da Ryad, teme infatti che nelle prossime due settimane la nuova superiorità di Damasco riduca in briciole le formazioni di guerriglia non Isis che dal 2011 lottano per defenestrare Assad». L’articolo risente della narrazione usuale: vengono definiti guerriglieri anti-Assad delle bande di tagliagole al soldo di padrini internazionali interessati a un cambiamento geopolitico in Siria; ma tant’é: resta la sostanza.

E la sostanza è che i siriani, meglio i russi e i loro alleati, stanno vincendo la guerra, nonostante l’altissimo tributo di vite umane pagato. E per evitare la disfatta totale delle proprie milizie e di perdere ogni possibilità di influire sul nuovo corso siriano la controparte si è decisa a trattare. Meglio è stata costretta a decidersi dall’amministrazione Usa preoccupata per un’affermazione troppo eclatante della Russia quanto per le spinte dirette a un allargamento del conflitto (ha fatto il giro del mondo la sfuriata del Capo del Dipartimento di Stato Usa John Kerry ai sauditi, riportata dal Middle east eye: «Che volete che faccia? La guerra ai russi?»),

Già, Ryad e Ankara hanno tentato fino alla fine di creare l’occasione per un’escalation del conflitto. L’ultima provocazione ieri per bocca di un generale saudita, il quale ha affermato che la decisione di inviare truppe saudite in Siria è «irrevocabile».

Né meno inquietante, da questo punto di vista, risulta la decisione della Nato di inviare una flotta presso la zona di guerra per arginare il flusso di migranti. Un’iniziativa che il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha motivato così: «Non sarà una missione destinata a bloccare o rimandare indietro i battelli dei migranti. Servirà piuttosto a raccogliere informazioni critiche per la sorveglianza e combattere il traffico di esseri umani».

Insomma una missione dai contorni vaghi e indefiniti che porterà le navi Nato a ridosso di quelle russe che incrociano al largo della Siria. Tutti i contorni di un’escalation, appunto, che il tentativo di Monaco ha, al momento, arginato.

Resta che i vari attori che hanno voluto questo conflitto per defenestrare Assad – che non sono gli agenti sul terreno ma potenze e ambiti politici internazionali ben definiti – non si daranno per vinti.

E tenteranno ancora una volta, come avvenuto per le altre conferenze di pace sulla Siria, di far deragliare l’itinerario di stabilizzazione immaginato a Monaco. O di usare questa finestra di opportunità per cercare di creare, grazie all’emergenza umanitaria e ai negoziati, nuove opportunità per i propri miliziani per poi riprendere il conflitto.

Tanti i punti di rottura sui quali possono far leva, oggi o in futuro, sia usando degli agenti del terrore sul terreno sia con azioni di disturbo più ampie tese a rompere il fragile dialogo Usa-Russia.

Dalla loro hanno la possibilità di usare una moltitudine di opzioni, questa la forza dei costruttori di caos, al contrario delle opzioni in mano a quanti cercano di stabilizzare il Paese, i cui margini di manovra risultano alquanto ridotti. E però, e al di là dell’incerto futuro, quanto avvenuto a Monaco è un punto di ripartenza reale: segnala che i rapporti di forza si sono, se non invertiti, quantomeno un po’ riequilibrati.

Singolare che la speranza di porre fine a questa immane tragedia sia fiorita in una città che solo tre giorni fa è stata funestata da un drammatico incidente ferroviario (10 le vittime). Un piccolo segnale, ci sia consentito di concludere, che le tragedie non sempre aprono abissi nei quali precipitare senza fine: dall’abisso si può risalire.

Ps. Oggi papa Francesco incontra a Cuba il patriarca di Mosca Kirill. Un incontro importante non solo sotto il profilo religioso, dal momento che getta un ponte tra Oriente e Occidente. Cosa preziosa, in particolare in questo momento.

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