9 febbraio

Le giravolte della Merkel e la guerra siriana (e irachena)

profsirianiIn un articolo di oggi, la Repubblica riporta la notizia, ripresa da un’agenzia di stampa curda, che in questi giorni in Iraq l’Isis ha giustiziato trecento innocenti. «Hanno sentito avvicinarsi l’attacco delle truppe governative e i bombardamenti della coalizione a guida Usa e hanno reagito nel modo più sanguinoso», ha commentato Giampalo Cadalanu nel suo scritto.

Riportiamo questa notizia come corollario alla nota riguardante l’indignazione di Angela Merkel riguardo i raid russi in Siria. Un po’ di indignazione per quanto fa l’Isis alle popolazioni che ha schiavizzato sarebbe quantomeno equa… ma tant’é, ne abbiamo già accennato in una Nota.

La vendetta  dell’Isis colpisce anche ad Aleppo, dove i miliziani del terrore stanno bombardando in maniera più assidua i quartieri sotto il controllo del governo, come riporta in una sua commovente missiva padre Ibrahim Alsabaghalla quale rimandiamo (inutile aggiungere parole).

Si può notare che anche in Iraq, come spiega l’articolo di Repubblica, si bombarda, e anche qui la gente fugge dalle bombe, ma in questo Paese le bombe sono della Nato e forse per questo non fanno indignare nessuno.

Al momento l’ondata di profughi iracheni è meno consistente (e inesistente sui media per i quali sembrano importanti solo i profughi siriani), anche perché i combattimenti vanno a ralenti, ché sembra che detta coalizione non abbia alcuna fretta di liberare il Paese dal cancro del terrorismo (si attende l’evoluzione della situazione siriana, nodo gordiano della questione).

Si fa notare, inoltre, che anche tra le milizie che imperversano in Iraq, tantissimi, molto più che in Siria dove incarognisce la legione straniera tirata su da turchi e sauditi, sono iracheni (ex componenti del partito Baath di Saddam).

Solo che in Siria per questo motivo vengono chiamati ribelli, in Iraq, a quanto pare, ci sono solo terroristi… bizzarie del linguaggio…

Invece la categoria dei ribelli siriani è alquanto elastica. Abbraccia gruppi di jihadisti provenienti da mezzo mondo. E molto aperta, dal momento che miliziani di una formazione passano all’altra con facilità. Se serve propalare il terrore diventano dell’Isis, quando devono trattare passano a milizie più moderate. Come frequenti sono i passaggi di armi dall’una all’altra, come dimostrano i moderni equipaggiamenti che hanno in dotazione tutti indistintamente.

I “ribelli” siriani in realtà sono davvero pochini, basta considerare ad esempio che, per ammissione degli stessi Stati Uniti d’America, l’ultima leva è andata malino: dei 1500 ribelli siriani previsti ne hanno tirati su solo 54, quasi tutti poi uccisi nella loro prima missione dai miliziani di al Nusra, formazione legata ad al Qaeda e, dicono anche i media mainstream quando se ne ricordano, ad Ankara.

Già, Ankara. Da tempo martella senza tregua i villaggi curdi in Siria e Iraq. Bombardamenti indiscriminati, che la Turchia propaganda come eliminazione di pericolosi terroristi. Domenica scorsa, ad esempio, hanno bombardato il villaggio di Cizre, uccidendo sessanta civili, come denuncia il blog dell’Ufficio informazioni del Kurdistan in Italia (secondo loro anche usando armi chimiche, come dimostrerebbero le foto pubblicate; chi ha cuore forte può vederle sul loro sito).

Solo uno dei tanti bombardamenti sui civili ad opera di Ankara. Tanto che monsignor Rabban al-Qas, vescovo caldeo di Amadiya nel nord Kurdistan, ha commentato alcuni di tali raid con queste parole: «Bisogna avere il coraggio di dirlo: questo è terrorismo bello e buono!».

Ma al di là dell’indignazione della Merkel, che paga così il suo tributo al Califfo di Ankara per trattenere nei suoi confini i milioni di profughi destinati al Vecchio Continente, val la pena accennare alle incognite future.

La vicenda dei profughi, che resta una tragedia, viene usata come una clava contro i russi, nel tentativo di frenarne la campagna militare, la quale, con Aleppo ormai praticamente accerchiata, tra poco sarà a un punto di svolta. Tante però le incognite, non solo quelle legate alle mene di sauditi e turchi per entrare direttamente in guerra (con possibile allargamento del conflitto alla Nato).

Anzitutto il problema dei profughi, che andrà aumentando con l’avanzata di russi e siriani. Più volte  gli americani e la Ue hanno chiesto alla Turchia di serrare le frontiere per chiudere i rifornimenti all’Isis.  Richiesta non accolta: troppo ampio il confine. Invece in questi giorni le ha chiuse ai profughi in fuga dai villaggi vicini ad Aleppo. E ha annunciato che creerà un campo di accoglienza alla frontiera, un modo come un altro per alimentare l’emergenza a fini anti-russi e mettere un piede in terra siriana.

C’è il rischio che usi di questo stratagemma per creare un corridoio “umanitario” in territorio siriano per portare aiuto agli jihadisti asserragliati dentro Aleppo. Con rischi di escalation.

D’altra parte Damasco e i suoi alleati hanno fretta di chiudere la partita, per tornare a sedersi sul tavolo dei negoziati con Aleppo ormai liberata (o conquistata secondo il punto di vista del mainstream, che annovera gli jihadisti tra i campioni della democrazia). Una fretta, però, che non giova a condurre una campagna militare cittadina, dove l’alta densità abitativa rende i civili più a rischio che altrove.

Gli jihadisti potrebbero profittarne per tentare di aumentare al massimo le vittime civili, usando anche delle consuete strategie stragiste atte a incolpare gli avversari. Per mettere in seria difficoltà il nemico e macchiare di orrori indicibili, e per sempre, questa campagna militare.

Servirebbe una trattativa seria. Ma l’indignazione unilaterale della Merkel rischia di complicarla. Di fatto è una presa di posizione a favore di quanti hanno armato e finanziato le Agenzie del terrore, turchi e sauditi in testa, che, forti di tali appoggi, non hanno alcuna intenzione di abbandonare i propri pupilli (cosa che metterebbe subito fine al conflitto).

Non resta che sperare nella consueta ambiguità dell’Angela teutonica, usa a giravolte politiche e diplomatiche (come successo per i rifugiati, ai quali prima ha spalancato le porte e ora cerca finestre dalle quali buttarli di sotto).

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