Chiesa

27 gennaio 2016

Il Papa e il presidente iraniano

«Più che nei molti incontri economici e nei contratti firmati a Roma dal presidente iraniano […] il senso politico di questo viaggio va ricercato, dunque, nella visita in Vaticano, e nell’invocazione fatta da Rohani durante l’incontro, affinché il Papa preghi per lui». Così Marcello Sorgi in un articolo sulla Stampa dedicato alla visita a Roma del presidente iraniano.

 

Sorgi centra la questione. Va aggiunto che l’incontro tra Hassan Rouhani e papa Francesco non appartiene alla cronaca, ma alla storia. Non solo perché evidenzia lo sdoganamento dell’Iran dopo l’accordo sul nucleare, ma perché manifesta un momento di convergenza e di dialogo tra le massime autorità della Chiesa e dell’islam sciita in un mondo sconvolto dai conflitti religiosi, che poi tanto religiosi non sono dal momento che sono abitati da progetti geopolitici ben definiti (la defenestrazione di Assad, il contenimento dell’influenza sciita nel mondo arabo e altro e più oscuro).

 

Nella nota diffusa dal Vaticano si rileva, infatti, «l’importante ruolo che l’Iran è chiamato a svolgere, insieme ad altri Paesi della Regione, per promuovere adeguate soluzioni politiche alle problematiche che affliggono il Medio Oriente, contrastando la diffusione del terrorismo e il traffico di armi».

 

Insomma, al di là dei cenni sul dialogo e sui «valori spirituali comuni», ai richiami all’importanza del dialogo inter-religioso per la «promozione della riconciliazione, della tolleranza e della pace», il vero significato di tale visita sta in questa nuova convergenza, che l’accordo sul nucleare iraniano da parte dell’amministrazione Usa (richiamato anche dalla nota della Santa Sede) ha facilitato.

 

Non una santa alleanza in funzione anti-terrorismo, né potrebbe essere, ma la ricerca di evidenti convergenze per dare soluzione alla grande tragedia che si è abbattuta sul mondo (manifestazione di quella «guerra mondiale fatta a pezzi»  richiamata così spesso da Francesco).

Da questo punto di vista, non è solo dovere di cronaca ricordare che questa visita era prevista per il 24 novembre ed era saltata dopo la strage parigina ad opera dell’Isis.

 

A fronte dell’importanza dell’evento, vedere i giornali inondati dalle polemiche sulla copertura delle statue capitoline mette un po’ tristezza. Ci sta, ovvio, e però è come guardare la sporcizia del dito piuttosto che la luna da questi indicata.

Tra l’altro, la difesa della libertà dell’Occidente contro l’oscurantismo islamico denunciata per l’occasione (e il cedimento a questo da parte delle autorità italiane) stride con l’afasia riguardo l’alleanza tra l’Occidente e quel mondo arabo – dalle monarchie del Golfo alla Turchia – che conserva rapporti ambigui, per usare un eufemismo, con i movimenti terroristici per i quali l’oscurantismo è valore fondante.

 

Cronaca rosa a fronte della Storia, appunto. Perché questa visita si inscrive, e neanche con un’importanza secondaria, in quel processo di stabilizzazione del mondo arabo al quale sono legati i destini, e le vite, di milioni di persone. Non solo del mondo arabo, come dimostra quel richiamo agli attentati di Parigi.