26 gennaio

Boccioni, Ritratto della madre

ritratto della madreIl 1916 è il centenario di uno dei più importanti artisti del ‘900 italiano: Umberto Boccioni. Morì giovane, a 34 anni, per un incidente durante un’esercitazione militare: e pensando alla quantità di cose e intuizioni con cui aveva riempito quei suoi brevi anni di vita, vien da immaginare cosa sarebbe stato per l’arte italiana avere un tipo così, per più tempo, sulla scena. Ma a Boccioni sono bastati quegli anni per dire qualcosa di indimenticabile e soprattutto di non scontato.

 

Come tutti sanno è lui il maggior protagonista del futurismo, cioè del più importante movimento d’avanguardia che abbia avuto il nostro paese come propulsore. Il futurismo rappresentò una finestra di internazionalismo in un paese chiuso da decenni, dal punto di vista artistico, dentro logiche sempre più periferiche e locali. Boccioni invece quando spalancò le finestre delle sue tele, si affacciò sul mondo e dialogò con chi, nel mondo, proponeva le soluzioni più innovative e oltranzistiche.

 

Anche Boccioni forzava i tempi della pittura e della scultura avanzando soluzioni in cui le forme venivano prima disintegrate e poi ricomposte secondo dinamismi arditi e spesso “terremotanti”. Succedeva ovunque in Europa in quell’inizio secolo che visse di accelerazioni impressionanti e di fratture traumatiche con il passato. Ma Boccioni, che pur partecipò appieno a questa accelerazione, la visse in modo del tutto anomalo.

 

Il Ritratto della madre che proponiamo è un’opera del 1906. È una delle tantissime versioni che Boccioni realizzò e che portarono nel 1912 alla realizzazione di uno dei suoi capolavori, il ritratto ribattezzato Antigrazioso. Ma qui interessa riflettere su questa anomalia boccioniana: la scelta di radicare la propria riflessione tipicamente d’avanguardia sulla figura “tradizionale” della madre. Quanti artisti del ‘900 ci hanno proposto immagini della loro genitrice? Davvero pochissimi (con l’eccezione, non a caso, del grande Giacometti, altro innovatore anomalo…), a conferma di come l’arte sia stata vissuta come rottura di un legame tradizionale, come taglio dai legami parentali e di sangue.

 

Questo ha favorito il coraggio nell’innovazione, ma ha anche lasciato adito a tante derive patologiche. Boccioni è un innovatore di altro stampo. È un innovatore che non pensa che i legami affettivi e famigliari siano un vincolo o una zavorra. Anzi ritiene che dentro quei vincoli si possano sviluppare percorsi coraggiosamente moderni. Boccioni, insomma, è un avanguardista non dissociato.

 

Il pastello che abbiamo davanti agli occhi è ancora una costruzione abbastanza tradizionale; ma se osserviamo alcuni dettagli, notiamo come Boccioni inizi a sperimentare alcune sfide. Come quella della luce che accende di dinamismo le forme (osservate ad esempio il movimento bellissimo dei capelli). In questo modo dentro un’immagine “normale” possiamo osservare il farsi largo di un’energia nuova: come un bozzolo che si sfili e liberi un qualcosa di assolutamente imprevisto.

 

Quell’energia darà esito a risultati dirompenti senza per questo tagliare le radici, perché si nutriva proprio del legame affettivo nei confronti di quella madre paziente e avveduta che accettò tante volte di posare per il figlio. Boccioni fu un grande artista d’avanguardia rimasto sempre fedele alla dimensione quotidiana della vita. Un grande artista d’avanguardia che, in ultima analisi, non voltò mai le spalle all’“umano” che lo circondava.

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