7 gennaio

Il Papa, l’Epifania e la piccola luce di Betlemme

Nell’omelia dell’Epifania il Papa ha ricordato la luce di quella notte nella quale i Magi hanno trovato e adorato il bambino Gesù. Una luce che non è qualcosa di mistico, ma «la gloria del Signore», che si è manifestata al mondo (Epifania, appunto), si è fatta riconoscere, attraverso la carne di Gesù, nato dalla Vergine Maria sposa di Giuseppe.

 

L’accenno alla luce di Betlemme ha portato Bergoglio a ricordare alla Chiesa che essa «non può illudersi di brillare di luce propria […] Lo ricorda con una bella espressione sant’Ambrogio» che ha utilizzato «la luna come metafora della Chiesa: “Veramente come la luna è la Chiesa: […] rifulge non della propria luce, ma di quella di Cristo”». È il misteryum lunae, così caro alla Tradizione e al popolo cristiano, quanto spesso dimenticato nella teoria e nella prassi cattolica, a tutti i livelli, causa di tanta tragedia nel seno della cristianità.

 

Così, per la Chiesa, ha proseguito il Papa, la missione non si riduce a un faticoso proselitismo, non è una professione, più o meno nobile di altre: «Per la Chiesa, essere missionaria equivale ad esprimere la sua stessa natura: essere illuminata da Dio e riflettere la sua luce». Così la missione è cosa estremamente facile, perché non è impegno umano ma semplice riflesso della grazia divina (quando c’è: anche questo è importante, altrimenti si riflette se stessi).

 

Francesco si è poi soffermato sui Magi, che «rappresentano gli uomini di ogni parte della terra che vengono accolti nella casa di Dio». L’inno del breviario, ha detto il papa, «poeticamente ci dice che i Magi “lumen requirunt lumine” [spinti dalla luce trovarono la luce ndt.]: quella piccola luce –, la luce che promana dal volto di Cristo, pieno di misericordia e di fedeltà».

 

«Quante stelle ci sono nel cielo! – ha proseguito Francesco – Eppure, i Magi ne hanno seguita una diversa, nuova, che per loro brillava molto di più. Avevano scrutato a lungo il grande libro del cielo per trovare una risposta ai loro interrogativi – avevano il cuore inquieto -, e finalmente la luce era apparsa».

 

E come i Magi allora, ha aggiunto Francesco, tante persone oggi «vivono con il “cuore inquieto” che continua a domandare senza trovare risposte certe – è l’inquietudine dello Spirito Santo che si muove nei cuori. Sono anche loro alla ricerca della stella che indica la strada verso Betlemme». Così tutti siamo invitati a guardare quella grotta, una grotta alla quale siamo chiamati per adorare il bambino Gesù «con tutto il cuore», a presentare a lui «i nostri doni: la nostra libertà, la nostra intelligenza, il nostro amore».

 

È in quella grotta, ha concluso Francesco, «nella semplicità di Betlemme, che trova sintesi la vita della Chiesa. È qui la sorgente di quella luce, che attrae a sé ogni persona nel mondo e orienta il cammino dei popoli sulla via della pace».

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