5 gennaio

L’uccisione dello sceicco sciita spalanca le porte dell’abisso

aa68610596d8705a564f312dfbd13824-kocG-U104015839711850wD-700x394@LaStampa.itIl Medio Oriente è in fiamme. Ad accendere la miccia la condanna a morte dello sceicco Nimr al-Nimr da parte dell’Arabia Saudita. Arrestato nel 2011 per aver partecipato alla primavera araba saudita, lo sceicco era da tempo detenuto nelle carceri del Regno. Sabato scorso, improvvisa, la condanna a morte – il fratello ha spiegato che si prospettava tutt’altro -, avvenuta insieme ad altri attivisti sciiti di quella stagione di speranza. Insieme a loro sono stati giustiziati alcuni membri di al Qaeda, alle cui trame terroristiche sono stati associati (nonostante fosse noto l’accento non violento della predicazione dello sceicco).

Vali Nasr, rettore della Johns Hopkins University, spiega che si tratta del tentativo dei sauditi di mandare all’aria il negoziato sulla Siria. Le considerazioni di Nasr sono riportate in una Nota alla quale rimandiamo. In questa sede interessa approfondire altro.

Anzitutto si tratta, al contrario di quanto appaia, di un gesto di debolezza. Il gioco dei sauditi è stato troppo scoperto, tanto da aver suscitato le ire, pur se celate nel linguaggio soft della diplomazia, dell’amministrazione Usa.

Se non un gesto disperato, certo un atto inconsulto, che denota certa isteria. Troppo scoperto anche per le forze del caos al quale va ascritta tale decisione (i sauditi sono solo terminali di giochi più alti), le quali in genere prediligono l’occulto.

Il problema è che in questi giorni le cose non gli sono andate granché bene: non sono riusciti a portare a termine un attentato significativo tra Natale e capodanno, come preannunciato nei videogame dell’Isis. Qualche allarme più o meno vero, più o meno artificioso, poco più. Così hanno dovuto giocare una carta estemporanea, facile da giocare perché l’avevano saldamente in mano.

Un indizio di debolezza che si somma ad un altro: la petromonarchia di Ryad da tempo vive una fase di turbolenza interna, causata da faide tra vari aspiranti al potere (tanto che la decisione di dar seguito alla condanna capitale sembra anche un modo del re per riaffermare la propria autorità). A ciò va ad aggiungersi la sconsiderata politica di abbattimento del prezzo del petrolio, che Ryad (e i suoi satelliti) sta portando avanti su pressione esterna contro il parere degli altri produttori.

Una politica che ha tre scopi: depauperare l’esportazione iraniana; vanificare la spinta verso impianti di estrazione legati alle nuove tecnologie, in particolare il fracking, sui quali ha puntato l’amministrazione Usa; abbattere l’economia russa che si basa sull’esportazione dell’oro nero (russi che in Siria sono avversari di Ryad).

Una politica suicida che si somma a quella del sostegno finanziario e logistico ai vari movimenti jihadisti sparsi nel mondo arabo e altrove, che sta depauperando il Regno, che si accompagna con la folle avventura militare in Yemen contro i ribelli sciiti houti rivelatasi più dura e dispendiosa del previsto. Una politica dissennata, appunto, che sta depauperando le casse di Ryad, tanto che è dovuta ricorrere a inusitate tassazioni e alla spending review.

Così, intervistato dal Corriere della Sera il 4 gennaio, lo storico scozzese Neil Ferguson si è spinto ad affermare: «Direi che il regime saudita si sta rapidamente avvicinando alla propria data di scadenza». Una scadenza che potrebbe avere come esito una svolta in senso liberale, con il risveglio delle masse ad oggi schiacciate sotto il gioco della tirannia wahabita, ma molto più probabilmente, data l’importanza geostrategica dello Stato, anche un golpe, che potrebbe vedere protagoniste le stesse forze jihadiste create dalla petromonarchia.

Ma è difficile, in entrambi i casi, immaginare che la struttura statale regga il colpo: il collasso del Regno o di parte di esso sarebbe più o meno inevitabile. Altro Stato fallito: è la specialità dei neocon. Ma nel caso specifico ciò accadrebbe non per induzione esterna (come nel caso dell’Iraq, della Libia, della Siria, dell’Ucraina), ma per cieca connivenza, avendo la monarchia di Ryad abbracciato senza riserve la loro dissennata visione geopolitica.

Questa debolezza rende più pericoloso il momento: Ryad sa bene di avere poco tempo per conseguire una vittoria che ne possa prolungare, seppur artificialmente, la vita. L’uccisione dello sceicco al-Nimr muove così da una segreta speranza, non solo prolungare il conflitto siriano (come spiegato da Nasr), nel tentativo di ricavare dividendi a oggi negati, ma anche innescare un conflitto all’interno del mondo sciita che indebolirebbe lo storico avversario di Ryad.

L’assalto all’ambasciata saudita a Teheran avvenuto in reazione della decapitazione di al-Nimr, che ricorda in maniera oscura quello all’ambasciata americana del ’79 che espulse per decenni l’Iran dalla scena internazionale, potrebbe dar ragione a tale prospettiva.

Le forze conservatrici iraniane, infatti, hanno trovato nuova linfa vitale dalla sfida lanciata sabato da Ryad e ora sfidano i moderati che sono andati al potere con Hassan Rouhani, il quale, pur attaccando i sauditi per l’esecuzione dello sceicco, ha condannato l’assalto alla sede diplomatica e chiesto la punizione degli aggressori.

Rouhani non può mostrarsi debole, per non subire l’assertività della destra, ma non può spingere troppo in là il confronto con il potente vicino, pena il ritorno all’isolamento internazionale.

Per parte sua l’Occidente avrebbe tutto l’interesse a depotenziare gli effetti della bomba lanciata dai sauditi (che farà più vittime degli attentati dell’Isis, oltre ad alimentarli). Obama ci sta provando, ma dovrà fare i conti con quanti, tra i suoi, preferiscono la fascinazione delle forze del caos a quella di un nuovo ordine mondiale basato sul diritto internazionale.

Sarà indispensabile, ancora una volta, il segreto appoggio della Russia, chiamata, prima che l’incendio divampi, a estinguere i fuochi che si sono accesi nel campo del loro alleato iraniano. Speriamo basti, anche se la rottura delle relazioni diplomatiche con Teheran, annunciata ieri dai sauditi (seguiti da altri Stati sunniti), non lascia ben sperare.

Le forze del caos sembrano intenzionate ad andare fino in fondo, anche a costo di trascinare l’Arabia Saudita nel fondo di quell’abisso del quale Ryad ha spalancato le porte.

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