28 dicembre

L’Isis arretra, ma il terrorismo non si vince solo a Raqqa

48339600.cachedIl Califfato arretra: gli iracheni, sostenuti dai raid aerei della coalizione a guida Usa, hanno conquistato il centro di Ramadi, il cui controllo è necessario per sferrare l’offensiva contro Mosul, laddove la minaccia dell’Isis si è palesata al mondo. In Siria, invece, le milizie curde e siriane, sostenute dall’aviazione di Mosca, hanno preso la diga di Tishren, a soli 22 chilometri da Raqqa, dove batte il cuore di tenebra del Califfato.

A questi rovesci si aggiunge la morte di Zahran Alloush, ucciso nel corso di un bombardamento russo. Figura di spicco delle milizie jihadiste, aveva costituito il suo feudo nel Goutha meridionale, creando una zona franca dal controllo di Damasco; uno Stato nello Stato temuto e rispettato anche dalle altre fazioni islamiste. Legato a doppio filo con l’Arabia Saudita, Alloush rappresentava una pedina importante per Ryad, sia a livello militare che politico: infatti è probabile intendesse giocarla anche sul tavolo dei negoziati.

Allo scopo Alloush aveva anche tentato di ripulire la sua immagine di macellaio, rilasciando un’intervista in stile ufficiale-gentiluomo alla rivista online americana the Daily Beast.

Figura carismatica, la sua morte potrebbe innescare un processo di frammentazione delle varie milizie che a lui facevano riferimento, indebolendo la presa jihadista sull’intera regione di Damasco.

Per dissimulare i recenti rovesci è riapparso lo strano sceicco Al Baghdadi, il quale è tornato alle usate minacce filmate nonostante fosse dato per ferito/morto/rifugiato in Libia e altro: va così per le tenebrose starlette del terrorismo, la cui esistenza virtuale a volte sopravvive alla morte biologica. Come minacce sono state riportate anche dalle autorità di Vienna che ha comunicato, in base a informazioni riservate, imminenti attacchi in Europa. D’altronde è il metodo delle Agenzie del terrore, per le quali la sfida, e il suo rilancio continuo, è fattore vitale quanto vitalistico.

Minacce fondate, ovviamente, ché il terrorismo può sopravvivere tranquillamente alle sconfitte sul campo di battaglia, dal momento che i suoi occulti finanziatori (che poi tanto occulti non sono) possono attivare alla bisogna, con più o meno fatica, altre reti internazionali e altri agenti in sonno. Da qui l’importanza di smantellare le reti di finanziamento dei network terroristici, attività nella quale l’Occidente si spende pochino.

Un piccolo esempio: il ministero della Difesa russo ha comunicato che in tre mesi l’aviazione russa ha distrutto 2000 autocisterne cariche di petrolio dirette in Turchia (17 colonne solo nella scorsa settimana). Non si riscontra analogo attivismo da parte della coalizione a guida Usa, della quale fa parte anche Ankara (nel cui territorio pervengono, sempre a detta dei russi, 200.000 barili di greggio al giorno). Falsità, ribattono i turchi, ma i video dei russi restano.

È assai probabile che le reti del terrore vogliano colpire prima che, a fine gennaio, inizi a diventare operativo il piano Onu per stabilizzare la Siria: un modo per introdurre variabili impazzite nell’unanimità trovata a New York. La sfida del terrorismo è complessa e articolata: sperare di vincerla solo a Raqqa o a Mosul è quantomeno ingenuo.

Nella foto in alto: Zahran Alloush in giacca sportiva per il Daily Beast. Qui sotto nella sua veste usuale, in bella mostra il gagliardetto dell’Isis… val la pena riportare le due immagini perché non è (né sarà) l’unico jihadista a rinnovare il guardaroba a seconda delle stagioni politiche.

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