15 gennaio

L’ebreo errante del Grande Torino

autori vari

GrandeTorino-k6N-U105047077218qCH-700x394@LaStampa.itBacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. I tifosi del Grande Torino, come tanti appassionati di calcio, ancora oggi si commuovono nello snocciolare la formazione perita a Superga, di ritorno da Lisbona dove aveva giocato un’amichevole contro il Benfica, il 4 maggio 1949. Una data che è stata proclamata dalla FIFA  “Giornata Mondiale del Gioco del Calcio”.

Nell’impatto violentissimo contro la collina, muoiono 31 persone, tra giocatori, dirigenti e giornalisti. Tra questi, Ernest (o Erno in ungherese) Egri Erbstein, il direttore sportivo della squadra. Un nome semi sconosciuto, ma roccia solida sulla quale il Presidente Ferruccio Novo aveva fondato una squadra, diventata leggenda per le sue vittorie e per la sua modernità.

Erbstein era di origine ebraiche, nato nel 1898 a Nagyvarad, nella parte ungherese dell’impero austro-ungarico (oggi Oradea, in Romania). La sua famiglia si trasferisce presto a Budapest, dove Erno ha la possibilità di studiare come agente di borsa, ma ancora di più di dare sfogo alla sua passione per il calcio. Ma l’Ungheria, dove non esisteva ancora il calcio professionistico, presto gli divenne stretta. Si trasferì, prima, in una formazione di Fiume, allora città italiana, e poi, nel 1925 passa al Vicenza, in serie B.

Un po’ per il suo desiderio di viaggiare, un po’ per le leggi fasciste che prima di abbattersi sugli ebrei limitarono il numero di stranieri in squadra, va a cercare fortuna negli Stati Uniti, come calciatore e come agente di borsa. Ci arriva però in un periodo non proprio fortunato: è la crisi di Wall Street, che culminerà nel 1929.

Erbstein decide quindi di tornare in Ungheria, abbandonando anche la carriera da giocatore. A casa studia il calcio, le sue tattiche, inseguendo ogni novità nei metodi, anche di preparazione fisica.

Nel 1928 torna in Italia, succedendosi sulle panchine di diverse squadre: Bari, Nocerina, Cagliari. E poi nella Lucchese, dove fece particolarmente bene, guadagnando alla squadra un settimo posto nella serie A nel campionato 1936/1937.

Nel 1938 in Italia vengono emanate le leggi razziali e per garantire maggiore sicurezza alla sua famiglia, accetta l’offerta di Ferruccio Novo, Presidente del Torino che, accorgendosi delle novità che Erbstein stava portando nel calcio, non si fa spaventare dalle nuove leggi e lo vuole al comando della sua squadra.

Ben presto divenne il perno della squadra, insegnando ai giocatori prima di tutto a essere uniti, coesi per il fine comune. Riuscì così a formare un gruppo compatto, anche grazie alla stima che godeva presso i suoi interlocutori, che lo amavano per la sua dedizione e per l’impegno. Infatti, nonostante soffrisse di sciatica, correva insieme alla sua squadra, imponendosi la stessa ferrea disciplina.

Innovatore nei metodi di allenamento, portò nel calcio l’allenamento personalizzato, così come personalizzata era l’alimentazione.

Il Grande Torino è considerato la squadra che ha inventato il calcio totale decenni prima che tale novità fosse attribuita agli olandesi. La direttiva che lui dava alla squadra, dove tutti difendevano e tutti attaccavano, era: “Più coraggio, più sudore, più calma, uguale vittoria”.

La politica italiana razziale si inasprisce sempre di più. Una sera, due agenti in divisa lo attesero alla fine di un allenamento. Gli chiesero della sua razza. Gli disse che apparteneva semplicemente alla razza umana. Gli chiesero della sua frequentazione alla sinagoga. Rispose: “io al sabato e alla domenica vado allo stadio, sempre”. Ma la risposta non bastò, tanto che ben presto fu costretto, con l’aiuto del Presidente Novo, a fuggire con la famiglia.

Dopo un lungo e difficile viaggio, tornò a Budapest, dove trovò lavoro come rappresentante di una ditta tessile italiana. Proprio grazie a questo, il filo rosso con il Presidente non si interruppe mai. Si incontravano in segreto e durante questi incontri Erno consigliò caldamente a Ferruccio Novo di acquistare due giocatori, Loik e soprattutto Valentino Mazzola, il capitano del Grande Torino, da molti ritenuto il più forte giocatore italiano di tutti i tempi.

Tutto questo fino al 1944, quando Erbstein fu deportato in un campo di lavoro, dal quale fortunatamente riuscì a fuggire per rifugiarsi presso il consolato svedese.

Alla fine della guerra, ritornò a Torino, dove Ferruccio Novo non aveva mai smesso di attenderlo. Tornato al suo posto, alla guida tecnica del Grande Torino, lo portò a vincere cinque scudetti consecutivi (l’ultimo alla memoria). Una squadra amata da tutti, per la sua grandezza e per la sua tragica fine che l’ha resa leggenda.

Il nome di Erno Erbstein non è quasi mai ricordato. Ma quello che si può affermare è che senza di lui il Grande Torino non ci sarebbe stato. Morì con la sua squadra, che il destino volle fosse unita anche in quel supremo istante, ed è sepolto nel Cimitero Monumentale di Torino.

Nella foto, il grande Torino. Erno Erbstein è in piedi a destra.

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